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Le Iniziative del 2017

CONFESSIONI

Lunedi 18 dalle ore 20:00 ci saranno le S. Confessioni per Giovani e Giovanissimi a Mestrino.
Sabato 23 le confessioni a Montegaldella saranno dalle 10:30 alle 12:00 e dalle 16:30 in poi con confessore straordinario; a Ghizzole dalle 10:30 alle 11:30. Dalle ore 15:00 alle 16:30 ci saranno le S. Confessioni per i ragazzi di 5° Elementare e di 1° e 2° Media in chiesa a Montegaldella.
Domenica 24 le confessioni saranno dalle ore 16:00 in poi in chiesa a Montegaldella.


GRUPPO PREGHIERA

Venerdi 22 dicembre alle ore 21:00 in chiesa a Montegaldella ci sarà un incontro vicariale di preghiera in preparazione al S. Natale con la possibilità delle S. Confessioni. Si veda la locandina.


PARROCCHIA DI MONTEGALDELLA

In questo mese alcuni incaricati dal parroco passeranno per la distribuzione e la raccolta delle buste di Natale; in alternativa potete consegnarle al parroco.


DOMENICA DELLA CARITA’

Nella terza domenica di Avvento, 17 dicembre, le offerte raccolte durante le S. Messe saranno devolute al Centro di Ascolto Vicariale delle Povertà e delle Risorse di Veggiano e Grisignano. Siete invitati e prendere la locandina in chiesa.


AIL

Sabato 16 e domenica 17 dicembre dopo le S. Messe saranno distribuite le stelle di Natale per sostenere l’Associazione Italiana contro la Leucemia.


FESTA ANNIVERSARI DI MATRIMONIO

La festa degli anniversari di matrimonio che si svolgerà l’08 dicembre a Montegaldella con la S. Messa delle 10:30. Sono invitate tutte le coppie interessate(dal quinto anniversario in poi con cadenza quinquennale).


BUON NATALE!

“Il Natale di solito è una festa rumorosa: ci farebbe bene un po’ di silenzio per ascoltare la voce dell’Amore. Natale sei tu, quando decidi di nascere di nuovo ogni giorno e lasciare entrare Dio nella tua anima. L’albero di natale sei tu quando resisti vigoroso ai venti e alle difficoltà della vita. Gli addobbi di natale sei tu quando le tue virtù sono i colori che adornano la tua vita. La campana di natale sei tu quando chiami, congreghi e cerchi di unire.
Sei anche luce di natale quando illumini con la tua vita il cammino degli altri con la bontà la pazienza l’allegria e la generosità. Gli angeli di natale sei tu quando canti al mondo un messaggio di pace di giustizia e di amore. La stella di natale sei tu quando conduci qualcuno all’incontro con il Signore. Sei anche i re magi quando dai il meglio che hai senza tenere conto a chi lo dai. La musica di natale sei tu quando conquisti l’armonia dentro di te. Il regalo di natale sei tu quando sei un vero amico e fratello di tutti gli esseri umani. Gli auguri di Natale sei tu quando perdoni e ristabilisci la pace anche quando soffri. Il cenone di Natale sei tu quando sazi di pane e di speranza il povero che ti sta di fianco.
Tu sei la notte di Natale quando umile e cosciente ricevi nel silenzio della notte il Salvatore del mondo senza rumori ne grandi celebrazioni; tu sei sorriso di confidenza e tenerezza nella pace interiore di un natale perenne che stabilisce il regno dentro di te. Un buon natale a tutti coloro che assomigliano al natale”.

(Papa Francesco)


TERZA DOMENICA DI AVVENTO
Esultanza per il Signore vicino

Luca Giordano, Giovanni Battista predica nel deserto, 1690-1705, Galleria Helm, Londra.

La Liturgia di questa domenica con l’appello dell’antifona d’ingresso Gaudéte, Rallegratevi sempre nel Signore,[…] rallegratevi, il Signore è vicino (Fil 4,4-5) è ritmata dall’esultanza e dalla gioia per la prossimità del Signore e i prodigi della sua potente salvezza per gli umili. Nella prima lettura dal libro di Isaia si ascolta il racconto di vocazione, in prima persona, di un profeta investito con l’unzione dello Spirito del Signore e poi la sua missione di proclamare la buona notizia della redenzione agli umili, a coloro per i quali l’unica sicurezza è confidare nel Signore, gli anawim (Is 61,1).

Per questa comunità ferita, umiliata, oppressa avviene la salvezza che opera la guarigione, la libertà e mette fine ad ogni sopraffazione e angustia. L’azione del profeta ha l’obiettivo di promulgare il tempo giubilare (cf. Lv 25), il tempo nel quale Dio mette fine alla violenza e all’ingiustizia umana e fa trionfare i valori dell’esodo e dell’alleanza: la libertà, la fraternità, la giustizia. La parola profetica che scaturisce dallo Spirito di Dio dispone e sviluppa la potenza creatrice di vita. La comunità di quanti l’accolgono, e sono liberati dall’oppressione e dallo smarrimento, risponde con l’esultanza e la lode per la salvezza, per la giustizia; la comunità dei salvati risponde con la gioia dell’amore sponsale per i doni con quali il suo Dio la riveste e circonda. La comunità protocristiana ha colto e trasmesso che la missione del profeta annunciata in Is 61 corrisponde all’opera in atto del Messia (cf. Lc 4,16-21), e così continua a fare la comunità liturgica che, nel contempo, eleva la sua esultanza e la sua lode con le parole del Magnificat, l’inno di lode di Maria. In esso esplode la gioia di Dio e della sua potente salvezza, quella messianica, perché Dio mantiene le sue promesse, risponde alle attese di coloro che confidano in lui e sconvolge le logiche umane, per innalzare gli umili liberandoli dall’ingiustizia e dai soprusi.

Il Vangelo di Giovanni richiama l’attenzione ancora su Giovanni Battista come profeta e testimone mandato da Dio. Giovanni è testimone dell’investitura messianica di Gesù con il dono dello Spirito e ha riconosciuto che egli è il Figlio di Dio (cf. Gv 1,32-34). Pertanto, tutta l’azione del Battista è tesa a orientare al Messia presente. Giovanni distoglie l’attenzione da sé per rendere con forza la sua testimonianza che riguarda Gesù. L’annuncio di Giovanni Battista invita a credere in Gesù, il Messia, e sprona a saper “vedere” e riconoscere la presenza di Dio in Gesù, che è la luce, la luce vera quella che illumina ogni uomo (Gv 1,7.9). Così, Giovanni non parla tanto del Messia che viene o che verrà, ma del Messia che è già presente, in mezzo a noi. E la difficoltà rilevata da Giovanni: In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete (Gv 1,26) non si riferisce solo alla generazione contemporanea, o a quelle del passato, bensì raggiunge noi, e noi lo riconosciamo? Noi, conosciamo il Signore presente così da testimoniare, con Giovanni, la sua luce di salvezza e di vita per l’umanità? L’esortazione di Paolo alla comunità di Tessalonica sollecita a sviluppare con comportamenti concreti la vita cristiana che è contrassegnata dall’esultanza, dal gioire sempre, perché continua è la vicinanza e l’azione salvifica del Messia, ed è contraddistinta dalla preghiera incessante e dal rendimento di grazie in ogni circostanza. Questo cammino di fede davanti al Signore porta la comunità a non spegnere lo Spirito e la sua potenza vitale, lasciandosi andare all’orgoglio o allo sgomento, e inoltre a evitare di fare il male, e piuttosto a saper discernere e operare il bene. Così si costruisce la comunità del Signore, gioiosa testimone che conosce il Messia e ne diffonde la luce. 

tratto dal Sussidio per l'Avvento della CEI


AVVENTO TEMPO DI GRAZIA

Siamo in cammino con tanti fratelli verso il mistero di Dio che si fa Bambino.  Con fede siamo invitati ad entrare nel tempo di Avvento e a lasciarci condurre dalla Parola e dalle testimonianze. L’Avvento è un momento davvero favorevole per fare memoria di quanto il Signore ha compiuto di meraviglie per l’uomo e per noi.
Papa Francesco ha cosi presentato: “Il mistero del Natale, che è luce e gioia,  interpella e scuote, perché è nello stesso tempo un mistero di Speranza e di  Tristezza. Porta con se un sapore di tristezza, in quanto l’Amore non è accolto,  la Vita viene scartata. Cosi accadde a Giuseppe e a Maria, che trovarono le porte chiuse e posero Gesù in una mangiatoia. Gesù nacque rifiutato da alcuni e nell’indifferenza dei più. Anche oggi ci può essere la stessa indifferenza quando Natale diventa una festa dove i protagonisti siamo noi, anziché Lui; quando le luci del commercio gettano nell’ombra la luce di Dio; quando ci affanniamo per i regali restiamo insensibili a chi è emarginato. Il Natale ha soprattutto un sapore di Speranza perché, nonostante le nostre tenebre, la luce di Dio risplende.
Dio, innamorato di noi, ci attira con la sua tenerezza, nascendo povero e fragile in mezzo a noi, come uno di noi. Nasce a Betlemme, che significa “CASA DEL PANE”. Sembra cosi volerci dire che nasce come pane per noi; viene alla vita per darci la sua vita, viene nel nostro mondo per portarci il suo amore. Non viene a dimorare e a comandare, ma a nutrire e a servire. Cosi c’è un filo diretto che collega la mangiatoia e la croce, dove Gesù sarà Pane Spezzato: è il filo diretto dell’amore che si dona e ci salva, che dà luce alla nostra vita, pace ai nostri cuori”.
Guardiamo a Maria e impariamo da Lei ad essere uomini e donne di fede, di  silenzio, di preghiera, di ascolto della Parola di Dio.


CONCERTO DI NATALE

Sabato 16 dicembre ore 20:45 in chiesa a Montegaldella ci sarà il Concerto di Natale dei 3 cori parrocchiali.


FESTA DEGLI ANNIVERSARI DI MATRIMONIO

Venerdi 8 dicembre: le coppie che hanno partecipato alla festa degli anniversari di matrimonio insieme al parroco.


FESTA DEL RINGRAZIAMENTO

Domenica 19 novembre ci sarà per entram- be le parrocchie la Festa del Ringraziamento con la celebrazione eucaristica delle ore 10:30 a Ghizzole, la benedizione dei mezzi agricoli. Nei giorni precedenti saranno distribuite le buste a Ghizzole per le offerte (per le adesioni contattare Gino Carli e Franco Gobbo). Il pomeriggio dalle ore 14:30 ci sarà una rassegna Campanaria per ricordare il restauro del Concerto Campanario di Ghizzole.


FESTA ANNIVERSARI DI MATRIMONIO

Lunedì 20 novembre alle ore 21:00 in asilo ci sarà l’incontro per la festa degli anniversari di matrimonio che si svolgerà l’08 dicembre a Montegaldella. Sono invitate tutte le coppie interessate(dal quinto anniversario in poi con cadenza quinquennale).


FESTA DELLA ZUCCA - ESTRAZIONE A PREMI

Risultati e numeri vincenti della sottoscrizione a premi Festa della Zucca 2017. Scarica i risultati! Per ulteriori informazioni e il ritiro dei premi contattare la Scuola Materna dalle ore 11:00 alle ore 13:00 allo 0444.737551.


ECCO LO SPOSO

Parmigianino, Vergini Stolte e Vergini Savie, Santa Maria delle Steccata, Parma, 1531-1539.

L’anno liturgico volge ormai al termine e giustamente le letture di queste domeniche orientano la riflessione sulle realtà ultime della vita. Vivere la vita aperti al “per sempre” ci impegna alla vigilanza. Questa significa attivo impegno nei propri doveri, per essere pronti ad ogni evenienza. La differen- za tra le vergini sapienti e le stolte sta nel fatto che le une furono previdenti e accorte e le altre no. Le prime compresero in anticipo i rischi e gli imprevi- sti che la situazione richiedeva; e si premurarono per essere in ogni caso pronte agli eventi. Le altre invece si trovarono in ritardo sugli avvenimenti e così persero l’occasione tanto attesa e decisiva per loro. Peccarono di sba- dataggine e di superficialità. Avevano capito la meta, ma non erano ricorse ai mezzi adatti per raggiungerla. Matteo ci esorta alla vigilanza, all’attenzione, alla disponibilità e alla se- rietà, intese come virtù fattive. Lo sappiamo: la vita è fatta per un incontro straordinario, con Gesù. Il regno appartiene a chi sa uscire, a chi sa vivere di incontri. E Dio è una voce che mi risveglia, un grido a mezzanotte. La nostra vera forza è nella voce di Dio che ridesta la nostra vita da tutte le stanchez- ze, che ci consola dicendo che non è stanco di noi perché è offerta d’amore. L’amore attende una risposta. Se noi, nella nostra vita perdiamo l’occasione di dare una risposta all’amore di Dio, una risposta che deve venire continua- mente detta quando ci incontriamo con i nostri fratelli, allora può essere per noi troppo tardi. Ma sempre possiamo ricominciare ad amare.


LE DOMENICHE DELLA PAROLA

La parola di Papa Francesco “Voi fate sport in compagnia, o andate a fare shopping in compagnia. Perché non leggete insieme la Bibbia, in due o tre o quattro? Fuori, all’aperto, nel bosco, sulla spiag- gia, di sera, a lume di candela… Farete un’esperienza travolgente! O avete paura di fare una figuraccia, se fate una proposta del genere? Leggetela con attenzione! Non rimanete in superficie come fate con un fumetto! Non bisogna mai dare solo un’occhiata alla Parola del Signore! Domandatevi: “Che cosa dice al mio cuore? Dio mi parla attraverso queste parole? Mi tocca nel profondo del mio desiderio? Che cosa devo fare?”. Solo in questo modo la Parola di Dio può diffondersi. Solo cosi la nostra vita può cambiare, può diventare grande e bella. Volete farmi contento? Leggete la Bibbia!”.

Nelle domeniche 15 e 22 ottobre siamo invitati a partecipare alle S. Messe delle ore 9:00 e 10:30 quindici minuti prima per Ascoltare e Riscoprire la Bellezza della Parola di Dio. Saranno letti alcuni brani biblici riguardanti l’essere Chiesa e Comunità chiamata ad annun- ciare il Vangelo. Domenica 29 ottobre in tutte le S. Messe si parlerà sull’importanza della Parola di Dio con la testimonianza della Comunità Religiosa dei Paolini. Essi animeranno le celebrazioni con l’Apostolato dell’- Annuncio della Parola. Cerchiamo di partecipare e di vivere tutti insieme questa esperienza!


LETTERA ALLA COMUNITA'

Cari fratelli, mi sento di condividere con voi quanto di buono è stato fatto nella comunità fino ad oggi, con il servizio semplice, umile e volontario di quanti hanno messo a disposizione il loro tempo per il bene della parrocchia nei vari servizi quali il canto, il consiglio pastorale e della gestione economica, il percorso di iniziazione cristiana, il gruppo liturgico, i campanari, l’ACR, gli animatori del grest, gli educatori dei gruppi giovanissimi, il riordino della Chiesa, la redazione del foglietto degli avvisi, il sacrestano, i chierichetti, le varie attività per la Scuola Materna…voglio ricordare in questo, anche chi ha saputo essere vicino alla parrocchia in molti altri modi e servizi, tutti hanno davvero contribuito ad un lavoro provvidenziale per la nostra parrocchia! Nei prossimi mesi, saremo quindi chiamati alla continuità nei servizi ordinari della parrocchia, con il consolidamento anche delle nuove attività da poco intraprese, come ad esempio il percorso di iniziazione cristiana, oltre al fatto che vi saranno nuove e stimolanti sfide. Mi rendo conto che per affrontare tutto questo è fondamentale contare su una partecipazione sempre più viva e numerosa di laici alla vita parrocchiale, volta a portare i talenti di ognuno per il bene comune. Dopo un confronto con tutti coloro che animano la vita della parrocchia, con cuore aperto e pieno di fiducia, vediamo la necessità che vi sia la partecipazione generosa anche di nuove persone, ognuno secondo le proprie possibilità e la propria vocazione: penso in particolar modo al percorso di iniziazione cristiana, al gruppo liturgico, all’ACR e al servizio di riordino della Chiesa, dove si sente ancora più forte questa esigenza per i pochi operatori attualmente disponibili, o anche al consiglio pastorale nel quale si concluderà entro un anno il mandato degli attuali membri e sarebbe quindi opportuno già da adesso cominciare a valutarne la futura riorganizzazione in termini anche di disponibilità di nuove persone. Il lavorare infatti nella Vigna del Signore è un grande gesto di carità, un segno concreto di sentirsi Chiesa. Desidero a tal proposito ricordare che Gesù nel Vangelo afferma che “Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna”, vigna che è anche la nostra comunità, la nostra parrocchia, nella quale tutti siamo chiamati a lavorare in umiltà, in semplicità, dove non vi sono né primi né ultimi, ma tutti uguali al cospetto di Dio, il quale chiama ognuno a vivere il servizio secondo i propri talenti, come segno di amore verso Dio e i fratelli. Ringraziamo quindi a nome della parrocchia quanti danno il loro servizio, e quanti nuovi ne proveranno il desiderio. Chi di voi si sente nel cuore questo invito, saremo ben lieti di accoglierlo/accoglierla a nome di tutta la comunità, comunicando la propria disponibilità al parroco o direttamente ai gruppi parrocchiali.

Don Gabriele Falcone.


CONCERTO IN CHIESA

Sabato 11 novembre 2016 alle ore 20:45 si terrà nella chiesa parrocchiale di Montegaldella il 26° Concerto del XX Festival Concertistico Internazionale degli Organi Storici del vicentino.
Il concerto è inserito nella rassegna patrocinata dalla Provincia di Vicenza e sostenuta dalla Fondazione Cariverona, da Asolo Musica e Regione Veneto. Verrà suonato lo splendido organo Zordan del 1896 della parrocchiale recentemente restaurato e inaugurato dal M° Enrico Zanovello. Si esibirà il M° Carlo Benatti all'organo, e il coro "Voci del Pasubio", diretto da Riccardo Lapo.

Scarica il programma!


GRUPPO DI PREGHIERA

Venerdì 13 ottobre, alle 21:00, in Chiesa a Montegaldella, con gioia verrà presentato e si darà inizio al Gruppo di Pre- ghiera che si è venuto a formare in questa parrocchia, volto ad incontrare il Signore attraverso il canto, la preghiera, la lode e l’Adorazione. Al termine seguirà piccolo rinfresco in canonica.


VIAGGIO CULTURALE

Il 21 e 22 ottobre 2017 si svolgerà un viaggio culturale attraverso le Marche (Loreto, Osimo, Iesi e Senigallia). Si veda la locandina in parrocchia. Per informazioni dettagliate e iscrizioni contattare Andrea Schermidori al 338.792291..


GIORNATA DI FORMAZIONE PREGHIERA E SPIRITUALITA’
PER TUTTI GLI OPERATORI PASTORALI

Domenica 8 ottobre 2017 presso la Casa di Spiritualità Francescana di S. Pancrazio (Barbarano Vicentino), Vi invitiamo a partecipare all’incontro dal titolo “Prospettive future per le nostre parrocchie”. Ritrovo alle ore 8:30 davanti alla chiesa di Montegaldella.
Relatore dell’incontro sarà Don Leopoldo Voltan vicario per la pastorale della diocesi di Padova. E’ previsto il pranzo comunitario e alla fine dell’incontro la celebrazione eucaristica.
Per favore date la vostra conferma entro domenica 1 ottobre p.v. a Don Gabriele o Andrea Schermidori. Vi aspettiamo!


Andate anche voi nella mia vigna (Mt 20,7)

Parabola dei lavoratori alla vigna in un dipinto del XVII secolo.


La parabola evangelica di questa domenica mette in risalto la caratte- ristica di Dio nel suo agire: egli invia operai in diverse ore del giorno a lavo- rare nella sua vigna. La parabola vuol descrivere la generosità di Dio e la libertà con cui agisce. Pur rispettando la giustizia, dona infatti il pattuito ai primi, la sa anche superare dando agli ultimi la paga di un’intera giornata. Gesù si difende dalle critiche dei farisei, che lo accusano di trattare i peccatori allo stesso modo degli osservanti della Legge. Dalla parabola risul- ta che Dio non è un compagno di affari, con cui possiamo contrattare la no- stra salvezza. Questa infatti è dono gratuito dell’amore di Dio. Dio è impre- vedibile, vuole che tutti si salvino, liberamente e generosamente. La salvezza non può essere barattata, ma semplicemente accolta come un dono. Allora non è il comportamento di Dio che fa problema, ma il cuore dell’uomo: il suo cuore “invidioso” (v 15). Scrive Gérard Rossé ne “Il volto nuovo di Dio”: “Ecco dove sta real- mente il problema. Proprio il fedele osservante della Legge dovrebbe con- vertirsi, entrare nei sentimenti di Dio che cerca ciò che è perduto. Compren- dere e gioire della solidarietà di Gesù coi peccatori e non lasciarsi prendere da un’invidia che è discriminante”.


FESTA DELLA ZUCCA

La festa si svolgerà a Ghizzole dal 15 al 18 settembre 2016 e dal 21 al 24 settembre 2017. Chi desidera aiutare nei vari servizi durante la festa è invitato a contattare Ciro (348.0585919) e Simone (348.9318813).


Il padrone ebbe compassione di quel servo (Mt 18,27)

Cristo e l'adultera, Lorenzo Lotto (1480-1556).


Il perdono, tema centrale di questa domenica, è la risposta cristiana a tutto ciò che invita alla vendetta e alla violenza. Esso trova le sue motivazioni nel comportamento di Dio. La logica di perdono seguita da Dio fonda ed esige dal cristiano un comportamento simile. Come Dio sa superare il passato pesantemente negativo dandogli la possibilità di un nuovo inizio e liberandolo dal senso di colpa col perdono, così il perdonato è chiamato a dare al fratello la possibilità di riprendersi, di ricominciare di nuovo. Un re ha davanti a sé un servo che ha un debito enorme, a farci comprendere come noi siamo davanti a Dio. La decisione del re arriva inattesa e sorprendente. Ma è la caratteristica dell’agire misericordioso di Dio, nell’anno di grazia inaugurato da Gesù. Il re ebbe compassione e condonò il debito. Matteo usa i verbi che ricordano l’agire divino: il re ha compassione, “si commuove nelle viscere”, verbo che caratterizza la misericordia divina rivelata da Gesù. E condona: ma il verbo è “perdonare”, usato per la remissione dei peccati. È consolante pensare che Dio si commuove nelle viscere per ciascuno di noi. Non è un rapporto superficiale, ma un legame profondo e il suo perdono costituisce per ciascuno un nuovo inizio, che crea una capacità di amare in modo incondizionato. Quel padrone non chiede al servo perdonato di aumentare le pratiche di pietà, ma lo manda in mezzo alla società ad essere testimone del perdono ricevuto. “Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno così come io ho avuto pietà di te?” (v 33). Impegniamoci in questa settimana ad essere persone di perdono, perché infinitamente perdonate da Dio.


PELLEGRINAGGIO VICARIALE

Come ogni anno viene proposto un pellegrinaggio vicariale che si svolgerà sabato 16 settembre 2017 visitando il luogo natale del Papa Beato Paolo VI a Concesio (Brescia) e la Fondazione a lui dedicata. Inoltre si celebrerà la S. Messa nel Santuario della Madonna della Stella. Quota di partecipazione 40,00 euro (viaggio e pranzo). Iscrizioni(entro il 10 settembre) e programma in parrocchia.


SE QUALCUNO VUOLE VENIRE DIETRO A ME (Mt 16,24)

"Domine, quo vadis?" - Annibale Carracci (1560-1609) - National Gallery (Londra).

Per Pietro l’integrità fisica della persona è un mito inderogabile, il successo politico un fatto necessario. Per questo egli non può accettare un Messia messo a morte dal persecutore. E Gesù piano piano ma decisamente porta Pietro e gli altri a scoprire che tipo di Messia Gesù sta incarnando. Nel Regno di Dio non contano le affermazioni di prestigio, ma quelle dei valori. E il valore principale sta nella dedizione incondizionata agli altri; costruisce la propria vita solo chi sa perderla per Cristo e per il Regno di Dio. Anche Gesù l’ha ritrovata perdendola per i fratelli. Questo è il modo di fare e di pensare di Dio; questa è la logica della croce, che Pietro non riesce a comprendere, che anzi contesta. Ma per partecipare alla salvezza portata da Gesù è necessario passare attraverso l’impegno totale e generoso di sé. “Se qualcuno”: Gesù rivolge questo invito a tutti coloro che vogliono seguirlo: a me, a te, a chiunque altro. Poi ci presenta la vita cristiana come “un seguire”, un camminare nelle orme fatte e lasciate da Gesù.


E' TEMPO DI GREST!

 

GREST INIZIO ESTATE: si svolgerà a Montegalda dal 9 al 15 luglio. Per infor- mazioni contattare gli animatori di Montegalda.

GREST DI FINE ESTATE: si svolgerà a Montegaldella dal 20 al 27 agosto. Per informazioni contattare gli animatori di Montegaldella. Per informazioni e l’adesione, contattare gli animatori da domenica 9 luglio dopo la S. Messa.


CONSIGLIO PASTORALE PARROCCHIALE

Lunedì 3 luglio in Asilo alle ore 21:00 ci sarà l’incontro del Consiglio Pastora- le Parrocchiale (CPP).


XXIV SETTIMANA BIBLICA

Si svolgerà a Villa Immacolata a Torreglia dal 21 al 25 agosto dal tema “Geremia il Profeta”. Per informazioni parlare con il parroco o prendere la locandina in chiesa.


PELLEGRINAGGIO MEDJUGORJE

Dal 1 al 6 agosto si svolgerà a Medjugorje il 28° Festival dei Giovani. Sarà un incontro internazionale di preghiera, con partecipanti da diverse parti del mondo, caratterizzato da catechesi, testimonianze, celebrazioni liturgiche, momenti di preghiera e di Adorazione. Per maggiori informazioni vedere la locandina esposta nella bacheca e/o contattare Alessandro-Sabrina (cel. 3427378781).


CORPUS DOMINI

 

"In quel tempo (...) il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C'erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così (...). Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste."

Festa della vita donata, del Corpo e del Sangue dati a noi: partecipare al Corpo e al Sangue di Cristo non tende ad altro che a trasformarci in quello che riceviamo (Leone Magno). Dio è in noi: il mio cuore lo assorbe, lui assorbe il mio cuore, e diventiamo una cosa sola. L'uomo è l'unica creatura che ha Dio nel sangue (Giovanni Vannucci), abbiamo in noi un cromosoma divino. Gesù parlava alle folle del Regno e guariva quanti avevano bisogno di cure. Parlava del Regno, annunciava la buona notizia che Dio è vicino, con amore. E guariva. Il Vangelo trabocca di miracoli. Gesù tocca la carne dei poveri, ed ecco che la carne guarita, occhi nuovi che si incantano di luce, un paralitico che danza nel sole con il suo lettuccio, diventano come il laboratorio del regno di Dio, il collaudo di un mondo nuovo, guarito, liberato, respirante.
E i cinquemila a loro volta si incantano davanti a questo sogno, e devono intervenire i Dodici: Mandali via, tra poco è buio, e siamo in un luogo deserto. Si preoccupano della gente, ma adottano la soluzione più meschina: Mandali via. Gesù non ha mai mandato via nessuno.
Il primo passo verso il miracolo, condivisione piuttosto che moltiplicazione, è una improvvisa inversione che Gesù imprime alla direzione del racconto: Date loro voi stessi da mangiare. Un verbo semplice, asciutto, pratico: date.
Nel Vangelo il verbo amare si traduce sempre con un altro verbo concreto, fattivo, di mani: dare (Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio (Gv 3,16), non c'è amore più grande che dare la vita per i propri amici (Gv 15,13).
Gli apostoli non possono, non sono in grado, hanno soltanto cinque pani, un pane per ogni mille persone: è poco, quasi niente. Ma la sorpresa di quella sera è che poco pane condiviso, che passa di mano in mano, diventa sufficiente; che la fine della fame non consiste nel mangiare da solo, voracemente, il proprio pane, ma nel condividerlo, spartendo il poco che hai: due pesci, il bicchiere d'acqua fresca, olio e vino sulle ferite, un po' di tempo e un po' di cuore. La vita vive di vita donata.
Tutti mangiarono a sazietà. Quel tutti è importante. Sono bambini, donne, uomini. Sono santi e peccatori, sinceri o bugiardi, nessuno escluso, donne di Samaria con cinque mariti e altrettanti divorzi. Nessuno escluso. Pura grazia.
È volontà di Dio che la Chiesa sia così: capace di insegnare, guarire, dare, saziare, accogliere senza escludere nessuno, capace come gli apostoli di accettare la sfida di mettere in comune quello che ha, di mettere in gioco i suoi beni. Se facessimo così ci accorgeremmo che il miracolo è già accaduto, è in una prodigiosa moltiplicazione: non del pane ma del cuore.

Da Avvenire, a cura Ermes Ronchi.


SANTISSIMA TRINITA'

Nicoletto Semitecolo, La Trinità, 1367 - Museo Diocesano - Padova.

"In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio".

I termini che Gesù sceglie per raccontare la Trinità, sono nomi di famiglia, di affetto: Padre e Figlio, nomi che abbracciano, che si abbracciano. Spirito è nome che dice respiro: ogni vita riprende a respirare quando si sa accolta, presa in carico, abbracciata. In principio a tutto è posta una relazione; in principio, il legame. E se noi siamo fatti a sua immagine e somiglianza, allora il racconto di Dio è al tempo stesso racconto dell'uomo, e il dogma non rimane fredda dottrina, ma mi porta tutta una sapienza del vivere. Cuore di Dio e dell'uomo è la relazione: ecco perché la solitudine mi pesa e mi fa paura, perché è contro la mia natura. Ecco perché quando amo o trovo amicizia sto così bene, perché allora sono di nuovo a immagine della Trinità. Nella Trinità è posto lo specchio del nostro cuore profondo, e del senso ultimo dell'universo. Nel principio e nella fine, origine e vertice dell'umano e del divino, è il legame di comunione. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio... In queste parole Giovanni racchiude il perché ultimo dell'incarnazione, della croce, della salvezza: ci assicura che Dio in eterno altro non fa che considerare ogni uomo e ogni donna più importanti di se stesso. Dio ha tanto amato... E noi, creati a sua somigliante immagine, «abbiamo bisogno di molto amore per vivere bene» (J. Maritain). Da dare il suo Figlio: nel Vangelo il verbo amare si traduce sempre con un altro verbo concreto, pratico, forte, il verbo dare (non c'è amore più grande che dare la propria vita...). Amare non è un fatto sentimentale, non equivale a emozionarsi o a intenerirsi, ma a dare, un verbo di mani e di gesti. Dio non ha mandato il Figlio per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato. Salvato dall'unico grande peccato: il disamore. Gesù è il guaritore del disamore (V. Fasser). Quello che spiega tutta la storia di Gesù, quello che giustifica la croce e la Pasqua non è il peccato dell'uomo, ma l'amore per l'uomo; non qualcosa da togliere alla nostra vita, ma qualcosa da aggiungere: perché chiunque crede abbia più vita. Dio ha tanto amato il mondo... E non soltanto gli uomini, ma il mondo intero, terra e messi, piante e animali. E se lui lo ha amato, anch'io voglio amarlo, custodirlo e coltivarlo, con tutta la sua ricchezza e bellezza, e lavorare perché la vita fiorisca in tutte le sue forme, e racconti Dio come frammento della sua Parola. Il mondo è il grande giardino di Dio e noi siamo i suoi piccoli “giardinieri planetari”. Davanti alla Trinità, io mi sento piccolo ma abbracciato, come un bambino: abbracciato dentro un vento in cui naviga l'intero creato e che ha nome amore.

Da Avvenire


VIENI, SANTO SPIRITO!

Beato Angelico, Pentecoste 1395 - 1455. Museo di S. Marco. Firenze

Egli vi darà un altro Consolatore
perché rimanga con voi sempre.
(Ant. comunione)

«O luce beatissima, invadi nell’intimo il cuore dei tuoi fedeli». È con questa invocazione sulle labbra e nel cuore che la Chiesa celebra il mistero della Pentecoste cinquanta giorni dopo la Pasqua.
Una volta compiuta l’opera che il Padre aveva affidato a Cristo, prima che il giorno di Pentecoste giungesse alla fine, fu inviato alla Chiesa lo Spirito Santo, dono del Risorto, per santificarla e perché i credenti avessero accesso alla vita divina. È lo Spirito del Padre e del Figlio, il Consolatore, che rimane con noi per sempre (cf. Gv 14,16), dono per eccellenza che il Padre fa agli uomini: egli insegnerà ogni cosa e ricorderà le parole del Signore (cf. Gv 14,26). Essi sono perciò resi partecipi, anche con i loro corpi mortali (cf. Rm 8,10), della medesima gloria del corpo risorto di Cristo. Con l’effusione dello Spirito, preannunciata dai profeti e realizzata dal Risorto, viene dunque inaugurato il tempo della Chiesa in cui il Paraclito conduce alla “verità tutta intera”, interiorizza il mistero di Cristo, lo rende presente per i credenti di ogni luogo e di ogni tempo, guida e sostiene la Chiesa nella sua missione di annuncio e di testimonianza del Vangelo.

Come per la festa di Pasqua, anche la festa di Pentecoste ha conosciuto una veglia, nella quale originalmente, come nella veglia di Pasqua, si amministrava il Battesimo. Altro elemento caratteristico della Messa di Pentecoste è la bellissima sequenza Veni Sancte Spiritus. La liturgia attuale la colloca prima del canto del Vangelo e sarebbe opportuno eseguirla in canto o declamata con un sottofondo musicale.

Dal Sussidio CEI - a cura dell'Ufficio Liturgico Nazionale


FESTIVAL BIBLICO 2017

Il Festival Biblico ha l’obiettivo di far risuonare le Scritture attraverso diversi linguaggi, nei luoghi frequentati dalle persone. Ha il compito di attualizzare la Bibbia per tradurla nella vita quotidiana. È un laboratorio culturale che si rivolge a tutti. Scarica il programma completo sul sito www.festivalbiblico.it.

Scarica il company profile del Festival!


Questi è il figlio mio, l'amato: ascoltatelo!

La Parola e lo Spirito
I protagonisti degli Atti degli Apostoli sono una coppia vincente: la Parola e lo Spirito. Della Parola ci è riferito che si compie, viene accolta, chiede ascolto, viene proclamata/insegnata/predicata/inviata, si diffonde, viene ricordata, cresce, è glorificata, custodisce. Lo Spirito invece predice, parla, riempie, si effonde, testimonia, consola, invia in missione, decide, impedisce, avvince, avverte e stabilisce. Nello Spirito inoltre gli Apostoli vengono scelti, sono battezzati, sono consacrati. Questa coppia vincente lavora in stretta sinergia e spinge gli inviati fuori delle mura di Gerusalemme, permettendo loro di assistere alla Pentecoste dei Samaritani. L’inviato destinato alla missione in Samaria è uno dei Sette, Filippo, detto anche «l’evangelista», che predica il Messia e compie gli stessi segni che hanno caratterizzato il ministero di Gesù, liberazioni e guarigioni, che sprigionano il tratto caratteristico dell’effusione dello Spirito: la gioia. La notizia della docilità dei Samaritani giunge a Gerusalemme e i Dodici inviano Pietro e Giovanni perché, dopo aver accolto la Parola e aver ricevuto il battesimo nel nome di Gesù, gli abitanti di Samaria possano anche ricevere lo Spirito Santo tramite l’imposizione delle loro mani. Accanto ai due protagonisti principali, la Parola e lo Spirito, appare anche il ruolo importante dei due inviati dal collegio apostolico, Pietro e Giovanni, che hanno il compito di innestare la comunità dei Samaritani nella comunione dell’unica Chiesa fondata dagli apostoli e mostrare che essi vi entrano a pieno diritto.
«Se mi amate»
Nel contesto dell’ultima cena Gesù istruisce i suoi discepoli circa la qualità della relazione con lui. I discepoli non sono coloro che hanno timore del loro Maestro, ma coloro che lo amano. Il rapporto maestro/discepoli non è un rapporto marcato dal dominio dell’uno e dalla sottomissione degli altri, ma una relazione qualificata dall’amore che appartiene all’ordine della nuova alleanza inaugurata dal Cristo. Mentre celebra la liturgia del distacco, Gesù non fa altro che accrescere e intensificare i legami dell’amore. Solo l’amore permette un ascolto libero, e Gesù desidera uditori liberi della sua Parola. Solo l’amore salva dal senso di abbandono e solitudine che possono paralizzare il cuore. Per questo Gesù consegna una grande promessa: la sua intercessione presso il Padre perché egli doni ai suoi un altro Paràclito che assicuri l’antica promessa biblica dell’Io-con-te divino. Quella divina presenza concretizzatasi visibilmente nella carne di Gesù viene assicurata ora dalla presenza del Paràclito che letteralmente significa «difensore» e che viene identificato come lo «Spirito di verità», perché guida i discepoli alla Verità, alla comprensione della rivelazione che è Cristo. Questo Spirito non è un estraneo o un intruso nella vita dei discepoli, ma presenza conosciuta, cioè sperimentata interiormente, perché già presente in loro. Amando Gesù, infatti, essi hanno anche accolto la sua Parola e il suo Spirito, diversamente dal mondo che ne ha rifiutato la Parola perché non conosce né Gesù né lo Spirito Paràclito. I discepoli hanno già esperienza dello Spirito di Gesù, ma vengono preparati dal Maestro ad una presenza ancora più grande, che rimanda agli effetti della glorificazione di Gesù dopo la sua morte e risurrezione.
«Io vivo e voi vivrete»
La liturgia del distacco di Gesù si celebra in un clima di amore e di attenzione che allontana la disperazione e si apre alla speranza dell’avvento di un tempo pieno di sorprese e di promesse straordinarie. Gesù spiega ai suoi che la sua partenza non comporta vuoto, perdita e smarrimento, ma prepara ad una presenza nuova, ad una comunione più grande: il Maestro lascia su questo mondo non un gruppo di individui soli e abbandonati, ma una comunità di fratelli intensamente amati e curati dalla sua divina presenza, che non sarà più percepita all’esterno, ma dentro al cuore. Gesù non sarà più accanto a loro, ma dentro di loro. Questa esperienza determinerà una frattura con il mondo, che non potrà vedere l’irruzione di questo mistero dell’inabitazione di Gesù nei suoi. La scomparsa di Gesù dalla vista umana apparirà come un’assenza per il mondo, diversamente da come la percepiranno i suoi, che invece potranno vederlo. La possibilità di vedere è legata intimamente al conoscere. Potrà vedere Gesù solo chi lo ha conosciuto, chi lo ha amato dando ospitalità alla sua parola nella propria carne. Questo amore apre gli occhi e permette di accedere al mistero pasquale di Gesù e di fare esperienza della potenza di vita che da esso si sprigiona: i discepoli possono vedere Gesù perché è il Vivente che comunica loro la vita in abbondanza, come egli spiega loro con un’espressione estremamente efficace: «voi mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete» (Gv 14,19c). I discepoli sono chiamati a condividere la stessa vita di Gesù e ad essere immessi nello stesso mistero di reciproca immanenza che egli vive con il Padre suo: come Gesù è nel Padre, così i discepoli sono in lui ed egli in loro. È l’apice del mistero dell’amore: essere l’uno nell’altro. Questo amore non avrà altra prova che l’osservanza dei comandamenti, l’adesione alla Parola di Gesù. Questo amore dei discepoli attira l’amore del Padre e del Figlio e la loro visita, il loro prendere dimora nei cuori. La nuova casa di Dio non è uno spazio, ma il cuore dei discepoli di ieri e di sempre che hanno dilatato le proprie pareti interiori accogliendo l’ampio respiro di vita che proviene dall’osservanza dei comandamenti.
Adorare Cristo nel proprio cuore
Se il Signore ha scelto il cuore umano per sua stabile dimora, non è necessario cercarlo chissà dove. Egli si lascia trovare dentro e chiama i veri adoratori ad adorarlo «in spirito e verità» (Gv 4,23). Il nuovo culto, il culto logico perché conforme al Logos fatto carne, non è più legato a un luogo particolare, ma è la nostra stessa carne visitata dall’amore di Cristo e capace di rispondere al suo amore con l’amore e l’adorazione. Questa adorazione non è un’esperienza intimistica che isola i credenti dal resto del mondo, non è realtà che si possa nascondere o tacere, ma incontro che immette in una speranza significativa capace di dare senso a molti, una speranza della quale bisogna saper dare ragione per imparare a comunicarla e a trasmetterla a chiunque ne sia affascinato o colpito. Di questa presenza viva e vivificante che abita in noi occorre parlare con dolcezza, rispetto e retta coscienza, unica difesa possibile contro le calunnie e le cattiverie di chi aggredisce i credenti perché non comprende. L’arma che il cristiano usa contro il male non è altro che il bene, a imitazione del Maestro che abbracciando la sofferenza ha devitalizzato il peccato, l’ingiustizia e la morte.

Dal sussidio CEI


GITA-PELLEGRINAGGIO A SIGURTA’-BORGHETTO-FRASSINO

La consulta della bella età ha organizzato per mercoledì 17 maggio 2017 una gita-pellegrinaggio al Parco Sicurtà-Borghetto con visita al Santuario della Madonna del Frassino. Per iscrizioni rivolgersi ad Attilio (335.7351177) e Daniela (349.4624591). Quota di adesione 55 euro. Vedere locandina.


GITA A GARDALAND

Venerdi 2 giugno 2017 è stata organizzata una gita a Gardaland per tutte le famiglie delle parrocchie di Montegaldella, Ghizzole e Montegalda. La partenza sarà alle ore 8:15 davanti alle scuole elementari di Montegaldella e il ritorno alle ore 20:00. Costo 34,5 euro. Per informazioni e adesioni contattare Maria Pia (339.3102005) e Mariagrazia (344.1840309). Vedere locandina.


SCUOLA MATERNA

Sabato 27 maggio presso la Scuola dell’Infanzia G. Soran- zo si svolgerà la festa della famiglia con il ritrovo alle ore 15:50 presso il campo da calcio o la palestra in caso di pioggia.


INCONTRO DI PREGHIERA - GIOVEDI 11 MAGGIO 2017


CPGE

Carissimi Parrocchiani, siamo ormai prossimi alla Pasqua e come consuetudine il Consiglio per la Gestione Economica (CPGE) ha il piacere di darVi un aggiornamento sulle attività svolte nel 2016 e sullo stato avanzamento dei lavori in corso.

Scaricate la lettera informativa con gli auguri del parroco. Buona Pasqua a tutti voi e alle vostre famiglie!


INCONTRI DI PREGHIERA


Egli entrò per rimanere con loro (Lc 24,29)

Cena di Emmaus,Portormo (1525) - Galleria degli Uffizi (Firenze).

Nel segno del viandante solo e bisognoso di compagnia (v. 15-18) e nel segno del pane condiviso (v. 30), anche quando c’è scoraggiamento e delusione (v. 21), quando prendiamo strade che ci allontanano dai nostri doveri e ci separano dai fratelli, il Risorto si accompagna al nostro vagabondare, per riportarci nella gioia, nella speranza e nella comunione. Riconducendo i due discepoli di Emmaus nel seno della comunità (v. 33), la risurrezione di Gesù diventa la risurrezione dei discepoli, la risurrezione umana: tutto diventa frutto dell’amore delicato, paziente e generoso del Risorto che si fa viandante, che
fa propria la tristezza dei discepoli e li aiuta a vincerla, che dona una nuova comprensione della parola di Dio, che benedice, spezza e distribuisce il pane. Chiediamo nella prossima settimana il dono dello Spirito Santo che ci aiuti a cogliere i segni della presenza del Risorto nella nostra vita personale, nella vita delle nostre famiglie e comunità, a partire dalla celebrazione eucaristica, dove lo incontriamo come amico che si dona totalmente.


Egli entrò per rimanere con loro (Lc 24,29)

Cena di Emmaus,Portormo (1525) - Galleria degli Uffizi (Firenze).

Nel segno del viandante solo e bisognoso di compagnia (v. 15-18) e nel segno del pane condiviso (v. 30), anche quando c’è scoraggiamento e delusione (v. 21), quando prendiamo strade che ci allontanano dai nostri doveri e ci separano dai fratelli, il Risorto si accompagna al nostro vagabondare, per riportarci nella gioia, nella speranza e nella comunione. Riconducendo i due discepoli di Emmaus nel seno della comunità (v. 33), la risurrezione di Gesù diventa la risurrezione dei discepoli, la risurrezione umana: tutto diventa frutto dell’amore delicato, paziente e generoso del Risorto che si fa viandante, che
fa propria la tristezza dei discepoli e li aiuta a vincerla, che dona una nuova comprensione della parola di Dio, che benedice, spezza e distribuisce il pane. Chiediamo nella prossima settimana il dono dello Spirito Santo che ci aiuti a cogliere i segni della presenza del Risorto nella nostra vita personale, nella vita delle nostre famiglie e comunità, a partire dalla celebrazione eucaristica, dove lo incontriamo come amico che si dona totalmente.


I discepoli gioirono al vedere il Signore (Gv 20,20)

Credere nella continuità della vita quando tutto testimonia a favore della morte: gli apostoli stessi, pur essendo stati vicini a Gesù, vi giungono assai lentamente e solo dopo aver sperimentato che il maestro, nonostante la morte, continuava a rimanere in mezzo a loro. Si tratta dello stesso Gesù, non più condizionato dalle leggi del cosmo e della storia: mediante il dono dello Spirito egli dà all’uomo la possibilità di vincere il male (v. 23). Apporta
di conseguenza la pace (v. 19-21) e la gioia (v 20). L’incredulità di Tommaso è l’incredulità degli apostoli stessi di fronte a Gesù nuovo, diverso, non più come realtà da vedere e da toccare, ma da vivere e da comunicare al mondo.
Anche noi diventiamo testimoni e presenza del Risorto solo se cerchiamo di stabilire con gli altri rapporti di comunione, di dedizione, di solidarietà a tutti i livelli. Ritrovare la persona in cui si confida, vedere rifiorire i propri ideali, non sentirsi soli: tutto questo non può che arrecare gioia e letizia. Gesù, del resto, ce l’ha detto: Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in
gioia (Gv 16,20).


DOMENICA DI PASQUA - RISURREZIONE DEL SIGNORE

Risurrezione di Cristo, Pieter Paul Rubens (1577 - 1640).


"Cristo, mia speranza, è risorto:
precede i suoi in Galilea".
(Sequenza pasquale)

«Noi siamo testimoni»
L’evento della Risurrezione diventa forza propulsiva per coloro che ne sono stati testimoni. Un testimone di Cristo è primizia dei salvati. Egli acquista una luminosità che lo trascende, diviene qualcuno che non si appartiene più, che non può più separare la sua vita dall’impatto con Colui che lo ha ferito, rapito, trasformato. Il testimone è un “espropriato”, parla di sé alla luce di un altro che non lo depaupera di sé, ma lo arricchisce e lo completa del suo dono. Questo è quanto accade a Pietro, trasfigurato dal dono che è la persona di Cristo e dal dono di Cristo che è la sua Pasqua, trionfo della vita su ogni morte. Questo discepolo della prima ora ha seguito tutto l’itinerario di Gesù. Lo conosce e sa ricapitolarlo con estrema agilità. Il contesto in cui lo vediamo predicare è quello di un primo annuncio rivolto al centurione romano Cornelio e alla sua casa. Pietro è forte dell’evento della risurrezione di Cristo, ma anche di un effetto che ad essa consegue: l’allargamento del perimetro della salvezza. Pietro viene istruito interiormente da Dio perché comprenda che la salvezza è per tutti gli uomini. Egli non cancella il privilegio d’Israele come popolo che ha ricevuto la rivelazione, ma sostiene che il Vangelo nato in seno al popolo eletto produce una salvezza che travalica i confini d’Israele per raggiungere ogni carne. Pietro riassume il ministero di Gesù menzionando luoghi, eventi, persone e soprattutto elaborando una teologia del miracolo, dove l’attività terapeutica di Gesù rappresenta la garanzia della sua identità messianica. Egli non parla da singolo, ma utilizza il plurale per significare la comunione che caratterizza il collegio apostolico, l’unione dei testimoni, di coloro cioè che hanno condiviso con Gesù il ministero, la prova della passione (anche se zoppicando), e persino il pasto dopo la sua risurrezione, ricevendo il mandato di predicare la sua signoria di Giudice universale e di annunciare il perdono dei peccati a chiunque crede in lui. Senza trascurare la priorità d’Israele nel progetto salvifico divino, la predicazione di Pietro apre alla missione universale, preannunciata dai profeti e realizzata dalla Pasqua di Cristo.

La vita nuova
L’effetto della risurrezione di Cristo è la caduta dei privilegi e dei muri di separazione, ma anche una capacità nuova di illuminare la storia dal di dentro per comprendere che non ci è data un vita terrena e basta, ma che questa nostra vita è innestata in quella divina che la riossigena continuamente. Paolo e la tradizione paolina invitano i credenti non solo ad essere testimoni della risurrezione di Cristo ma a vivere essi stessi da «risorti». A questa vita nuova si accede con il battesimo e in essa si può perseverare eliminando il «lievito vecchio» che è «lievito di malizia e di perversità» (1Cor 5,6-8) – che rimanda alla contaminazione dovuta al peccato – e sottraendosi alla superficialità del mondo protesi alla manifestazione di Cristo che è la «nostra vita», imparando che ciò che è stabile non si trova nelle cose «della terra» ma in quelle «di lassù», cioè in Cristo stesso (Col 3,1-4). La vita nuova è descritta come esistenza luminosa perché vissuta all’insegna della sincerità e della verità. Essere «azzimi», liberi dal lievito del peccato, significa certamente accogliere il dono di Cristo ma al tempo stesso anche impegnarsi a vivere un’esistenza trasparente in responsabile coerenza con la nuova condizione di risorti.

«Vide e credette»
L’evangelista Giovanni ci conduce fin dentro al sepolcro dove si sprigionano le fragranze inedite della Risurrezione di Cristo. La vita entra laddove prima regnava solo il tanfo della morte. Prima testimone di questa incredibile vittoria è una donna mattiniera che si lancia solitaria al sepolcro. È ancora buio, ma si tratta di un buio che prelude all’inizio di un nuovo giorno, giorno che non è uno qualunque, ma il «primo» della settimana e l’alba di una creazione nuova. Questa donna che non teme le tenebre è Maria di Magdala, discepola che nel IV Vangelo entra in scena solo al momento della crocifissione, dove appare accanto al piccolo resto dei discepoli fedeli che Gesù pone sotto il manto della Madre. Con perseveranza e coraggio ha seguito il Cristo fino alla Croce e ora lo segue al sepolcro. Il corpo del Maestro, anche se rinchiuso in un sepolcro, continua ad essere calamita per Maria che si lascia attirare, malgrado il buio. Solo l’amore può trattare un corpo morto alla stregua di un corpo vivo. Il corpo, infatti, non è un dettaglio accidentale ma è la manifestazione della persona totale, della sua capacità relazionale, della sua unicità, realtà dinamica che permette la rivelazione e la comunicazione. È il terreno dell’incontro con l’altro, il giardino dove sboccia ogni sorta di relazione. Per questo Maria si dirige al sepolcro e non ha paura del buio. Desidera onorare chi ha toccato la sua vita e ossigenato l’orizzonte in un modo così significativo da continuare a vivere in lei e con lei. Giunta al sepolcro, Maria è destabilizzata: la pietra è stata tolta dal sepolcro. Che vuol dire? Al dolore per l’assenza del suo Signore si aggiunge quello per la scomparsa del suo corpo. Senza indugio, questa “donna dell’aurora” corre da Pietro e dal discepolo amato, inizia la sua indagine appellandosi alla comunità, a quei discepoli così intimi a Gesù che, credendo alla sua parola, vengono da lei coinvolti e con lei decidono di correre al sepolcro. Il discepolo amato arriva prima, vede i teli funerari deposti, ma si arresta per dare la precedenza a Pietro che entra nel sepolcro e trova anche il sudario. Ci sono solo gli abiti della morte, ma dov’è la morte? Dove il suo pungiglione? Il discepolo amato decide di entrare e l’esperienza che fa in quel luogo, che sembrava avesse ingoiato per sempre il Maestro, è letta da un efficace «vide e credette». Un’intuizione luminosa lo attraversa ed è come se percepisse il mistero dell’eternità incastonata nel tempo, della vita in pienezza che sgorga da una morte abbracciata per amore e infine vinta. Ma quei teli e quel sudario piegati, che non avvolgono più il corpo di Gesù, restano un punto interrogativo. È ancora buio per la mente umana... La fede deve ancora fare i conti con i deserti del cuore. La luce può venire solo dal Risorto e dalle sue parole che aiutano a comprendere le Scritture, scaldano il cuore e aprono la mente e gli occhi del cuore.

Riconoscere il Risorto che vive in mezzo a noi
Quando la ragione non riesce a comprendere il mistero non può fare altro che arrendersi e lasciarsi illuminare dal mistero stesso che si rivela facendosi presenza, esperienza. L’evangelista Luca lo testimonia a proposito di due discepoli del Signore, la cui comprensione sembra infrangersi contro lo scoglio della morte di croce. Per i due di Emmaus, che esprimono la loro delusione totale nei confronti di quel Maestro che avevano seguito e nel quale avevano tanto sperato, non resta altra soluzione che il regresso alla sfera del privato, cioè tornare a casa e farla finita con l’attesa della liberazione e del riscatto di Israele, ormai naufragata definitivamente. La strada da Gerusalemme a Emmaus, breve stando alla geografia, diviene un itinerario piuttosto lungo perché percorsa col cuore gonfio di delusione. Se si dilata lo spazio, però, si dilata anche il tempo e si apre in esso una fessura: il Risorto fa capolino per disinfettare le ferite dell’incredulità e raggiungere quell’abisso della separazione da lui dove i suoi due discepoli sono andati a finire. Lo fa delicatamente, non imponendosi, ma proponendosi come un interlocutore sconosciuto e senza un secondo fine, con il quale rileggere gli eventi, raccontare le attese. Dal ministero pubblico alla tomba vuota viene rivisitato tutto l’evento Cristo. La catechesi dei due al forestiero è precisa, ma piatta, spenta. Manca il sale della fede a darle sapore. E Gesù provoca la fede mostrando ai suoi la circolarità ermeneutica tra le Scritture e la sua Pasqua: la sua croce è conforme alle Scritture. Il dono totale della sua vita mostra come la potenza si manifesta proprio nella debolezza. L’ermeneutica offerta da Gesù alle Scritture e alla sua Pasqua scalda il cuore dei discepoli e i gesti dell’ultima cena, ripetuti per loro soltanto, sciolgono definitivamente i nodi del cuore. Gli occhi si aprono e la fede protrae la presenza del Cristo Risorto che non si manifesta più in carne ed ossa ma nei sacramenti della Chiesa, che rigenerano continuamente la vita dei credenti, accendendo sui loro volti il sorriso radioso di Dio.

Dal Sussidio CEI 2017


FESTA DELLA DIVINA MISERICORDIA

Dal Diario di Santa Faustina Kowalska:
Gesù a Santa Faustina: “Voglio che l’immagine, che dipingerai con il pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia.
Desidero che la festa della Divina Misericordia sia di riparo e rifugio per tutte le anime e specialmente per i poveri peccatori. In quel giorno sono aperte le viscere della Mia Misericordia, riverserò un mare di grazie sulle anime che si
avvicinano alla sorgente della Mia Misericordia.
L’anima che si accosta alla confessione ed alla Santa Comunione, riceve il perdono totale delle colpe e delle pene. In quel giorno sono aperti tutti i
canali attraverso i quali scorrono le grazie divine. Nessuna anima abbia paura di accostarsi a Me, anche se i suoi peccati fossero come lo scarlatto. Questa festa è uscita dalla viscere della Mia Misericordia ed è confermata
nell’abisso delle Mie grazie. Ogni anima che crede ed ha fiducia nella Mia Misericordia, la otterrà”.
San Giovanni Paolo II – Omelia 30 aprile 2000 “E’ importante allora che raccogliamo per intero il messaggio che viene dalla parola di Dio in questa seconda domenica di Pasqua, che d’ora innanzi in tutta la Chiesa prenderà il nome di “Domenica della Divina Misericordia””.

Domenica 23 aprile, per la Festa della Divina Misericordia, alle ore 14:45 in
chiesa a Montegaldella ci sarà l’Adorazione Eucaristica, con la possibilità della Santa Confessione. Sarà un momento di condivisione fraterna nella preghiera e ricco di grazia.


DOMENICA DELLE PALME

Entrata di Cristo in Gerusalemme - Pietro Lorenzett (Siena, 1280/85 circa – 1348 circa), Assisi (Basilica inferiore di S. Francesco).

L’ingresso di Dio nel suo tempio
La tradizione di iniziare la celebrazione di questa domenica attraverso una processione commemorativa, con la quale i fedeli sono condotti a fare memoria dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, è molto antica. Curiosamente, la liturgia sottolinea — molto più di quanto non facciano i vangeli — il ruolo dei fanciulli in questo festoso corteo. I fanciulli, menzionati solo dall’evangelista Matteo, svolgono la funzione di voce profetica che riconosce e attesta la regalità di Gesù, il cui regno — come egli stesso dirà davanti a Pilato — non è di questo mondo. Per questo sono soprattutto i bambini, con il loro spirito piccolo e semplice, a saperlo riconoscere come re autentico. Questa felice intuizione della liturgia sembra profondamente in sintonia con il modo con cui Gesù sceglie di entrare a Gerusalemme, preparando la coreografia del suo ingresso con estrema cura e attenzione ai particolari.

Il Signore ha bisogno
Prima di entrare nella città santa, per vivere il suo mistero di passione, morte e risurrezione, Gesù manifesta ai suoi discepoli una necessità. Dice di aver bisogno di un’asina e di un puledro. Anzi, dice in terza persona che «il Signore ne ha bisogno» (Mt 21,3). In tutto il vangelo è la prima e ultima volta che Gesù palesa una simile necessità. Il testo insiste molto su questo particolare, raccontandolo due volte, prima nell’annuncio e poi nell’accadimento. Ciò significa che non si tratta di un dettaglio. Anzi, il suo valore simbolico è molto forte. L’asina infatti rappresenta il tipo di Messia che Gesù è: mite, umile di cuore, tutto a favore dell’uomo e del suo bisogno di salvezza. Tutti si aspettavano un Messia glorioso e potente, che avrebbe avuto il dominio su tutto e su tutti. E in effetti il Cristo viene, ma la sua gloria è l’umiltà, la sua potenza è l’amore, il suo dominio è il servizio. Come dicevano i profeti di Israele: «Umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina» (Zc 9,9).

Un Dio servo
Nella prima lettura, si ascolta l’inizio del terzo canto del «servo del Signore», questo misterioso personaggio di cui parla l’Antico Testamento, inviato da Dio per portare la salvezza agli uomini, che la tradizione cristiana ha identificato naturalmente con il Signore Gesù Cristo. Il servo che porta la salvezza del Signore non è uno che dispone di facili e universali soluzioni ai problemi presenti nella storia. È piuttosto un discepolo che, ogni mattina, ha bisogno di mettersi in ascolto della realtà per poter poi compiere la sua missione di salvezza confidando unicamente nella forza del bene. La parola del profeta Isaia assicura che Dio è così attento alla nostra storia da non tirarsi mai indietro, nemmeno quando l’onda del male arriva addosso a lui. Anzi, proprio quando il gioco si fa molto duro, il servo del Signore sceglie di non sottrarsi, senza mai cadere nella logica della violenza e dell’aggressività.

Un Dio che si svuota
Lo stesso rovesciamento di parametri è raccontato dal meraviglioso inno di san Paolo apostolo ai Filippesi, dove si annuncia il modo con cui il nome di Dio si è definitivamente rivelato al mondo. Svuotandosi, Dio ha riempito il mondo della conoscenza di lui, annullandosi ha maturato un nome che ormai attende solo di essere da tutti riconosciuto e accolto. Dio, pur potendo imporre il suo nome, ha atteso pazientemente che l’uomo imparasse a riconoscerlo e ad accoglierlo, confessando la sua misteriosa e paradossale regalità divina.

Regale perché reale
Il tema del paradosso, in questa domenica delle Palme, si prolunga e culmina nel racconto di Passione, il secondo lungo vangelo che oggi viene proclamato. Ciò rappresenta un unicum nell’anno liturgico. Come mai, in questo giorno, la chiesa ricorre a due vangeli per condurre i fedeli nel cuore della settimana Santa? Perché ascoltando il vangelo che accompagna la processione di ingresso noi ricordiamo la regalità di Cristo, nell’ascolto della sua passione facciamo invece memoria della realtà della sua regalità. Questo misterioso intreccio dipinge il volto di un Cristo regale perché reale, cioè attento alla realtà fino al punto da assumerla interamente, senza alcuna mistificazione.

Il Padre rivelato
Del resto, la morte in croce di Gesù non è la più crudele o la più assurda delle morti che la storia abbia conosciuto. Purtroppo, altre persone, lungo i secoli — e ancora oggi — sono state sottoposte a sofferenze ben più atroci. Ma possiamo dire con certezza che è stata sicuramente la più cruda, perché nella manifestazione del più grande amore — quello di Dio stesso — si è realizzato lo scontro con il più grande rifiuto — quello dell’uomo, creato a sua immagine e somiglianza. Eppure attraverso questa sofferenza il Signore Gesù ci ha svelato, definitivamente, il volto di Dio. Per questo, i vangeli si preoccupano di annotare che, quando Gesù muore, il velo del tempio si squarcia: il Dio invisibile può ormai essere riconosciuto nel corpo esanime, ma ardente d’amore, di Gesù il Nazareno. Questo è l’ultimo grande ossimoro di questa liturgia domenicale.

Il Figlio compiuto
Gesù sulla croce muore in una completa solitudine. I discepoli sono tutti fuggiti. I soldati lo sorvegliano. I capi religiosi lo scherniscono. Persino l’ultima solidarietà, quella del Padre celeste, non fa udire la sua voce. Quando il suo ultimo disperato grido — «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» — non ottiene risposta, Gesù capisce che è venuto il momento di diventare lui stesso risposta alla domanda. Il Padre non risponde, non perché estraneo o insensibile al dolore del Figlio, ma perché vi partecipa nel modo più profondo e rispettoso della sua libertà. Il suo silenzio non è abbandono, ma l’impalpabile segno di fiducia in quanto il Figlio sta compiendo nella sua libertà d’amore. Il Padre non interviene per consentire al Figlio di poter dire fino in fondo ciò che gli sta a cuore — noi e la nostra salvezza — e, al contempo, per poter dichiarare fino in fondo quello che è disposto a essere: un Cristo povero e umile, che dà la vita per i suoi amici e anche per i suoi nemici. Nel racconto evangelico un particolare conferma questa prospettiva, quando Gesù rifiuta di prendere il vino mescolato con fiele, che era in antichità un comune anestetico che si dava ai condannati a morte per alleviarne le sofferenze. Gesù lo rifiuta non certo per il gusto di soffrire di più, ma solo per vivere fino in fondo la propria scelta di amore e di servizio.

dal Sussidio Quaresima 2017- CEI


LA RESURREZIONE DI LAZZARO

La resurrezione di Lazzaro - dal dipinto di fra’ Sebastiano Luciani, detto SEBASTIANO DEL PIOMBO (Venezia 1485 - Roma 1547), Londra (National Gallery).

Venire fuori
Dopo aver proposto la meditazione di alcuni aspetti problematici con cui ogni uomo e ogni donna devono fare i conti nel corso della vita (il cuore che è tentato e ha sete, gli occhi che sfiorano la superficie delle cose ma non vedono), la liturgia di questa domenica fa venire fuori il grande problema dell’esistenza umana – la morte – e la grande risposta di Dio – la risurrezione – al nostro grido di salvezza.

Solo Dio
Il comportamento di Gesù nel vangelo di Giovanni appare decisamente misterioso, come tutti i commentatori antichi e moderni hanno sempre rilevato. Quando viene a sapere che il suo amico Lazzaro «è malato» (Gv 11,3) decide di non far nulla, se non aspettare «per due giorni nel luogo dove si trovava» (Gv 11,6). Non appare immediatamente ragionevole né misericordioso un simile modo di porsi di fronte all’esperienza della sofferenza e della morte, anche perché — come scrive l’evangelista — «Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro» (Gv 11,5). Il motivo per cui Gesù si limita ad affermare che «questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio» (Gv 11,4), rimanendo però inerte e passivo, non può essere altro che il tentativo di rivelare come la capacità di dare e restituire la vita sia una prerogativa di Dio, come già affermavano i profeti: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele» (Ez 37,12). La voce di Ezechiele profeta, che condivide con il popolo l’esperienza amara dell’esilio, crea uno sfondo molto ricco per cogliere tutta la portata del vangelo di Lazzaro. È proprio nel tempo della lontananza dalla terra che Israele si interroga sull’affidabilità di Dio alle sue promesse e arriva a maturare la grande speranza di poter riconoscere nuovamente il Signore non solo per i prodigi del passato, ma anche per la sconfitta di ogni morte presente e futura: «Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio» (Ez 37,14).

Solo la risurrezione
Nel racconto evangelico, tuttavia, Gesù non rimane del tutto immobile. Quando viene a sapere che l’amico Lazzaro è ormai «morto» (Gv 11,14) ed è «già da quattro giorni nel sepolcro» (Gv 11,17), dopo aver atteso il tempo sufficiente a far maturare il disegno di Dio, Gesù si mette in cammino verso Betania. Appena la sorella di Lazzaro, Marta, viene a sapere che «veniva Gesù», gli va incontro e gli dice: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» (Gv 11,21), manifestando quel pensiero che, fin dal tempo dell’esilio, esprime la sensibilità religiosa di Israele verso Dio. Pur non essendo uno schema rigido e regolare all’interno dei testi biblici, l’idea che la presenza di Dio nella vita di qualcuno non possa che manifestarsi come benedizione e prosperità percorre larga parte dei libri dell’Antico Testamento, diventando un vero e proprio criterio di lettura della realtà. Il modo di ragionare di Marta appare segnato dall’appartenenza a questa prospettiva religiosa, secondo cui la presenza di Dio è incompatibile con l’esperienza della morte. Anche noi cristiani non siamo del tutto estranei a questo modo di ragionare. Pur sapendo bene che ogni uomo «risorgerà nell’ultimo giorno» (Gv 11,24), dobbiamo sempre fare un cammino per comprendere come la speranza escatologica annunciata dai profeti si sia già realizzata in Cristo: chi «vive» e «crede» in Cristo, fin d’ora «anche se muore, vivrà» (Gv 11,25).

Solo il peccato
Naturalmente esiste una certa verità nel pensare che Dio e la morte non possano essere compatibili. Tuttavia è altrettanto vero che secondo la Scrittura ciò che maggiormente getta tenebre nel cuore dell’uomo è il valore simbolico della morte, come interruzione definitiva dell’alleanza con Dio. Questa tenebra, invisibile e potente, è il motore di quel filo rosso della storia umana che la Bibbia chiama peccato. San Paolo non esita a formulare una precisa diagnosi di questa situazione, parlando al cuore dei primi cristiani: «Il vostro corpo è morto per il peccato» (Rm 8,10). Subito, però, afferma che questo colore nero di fondo è come il sepolcro di cui già parlava Ezechiele e davanti a cui irrompe la voce di Gesù, cioè il luogo in cui si può manifestare la signoria dello Spirito Santo: «Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito» (Rm 8,9). Aspettando un tempo prima di liberare il popolo dall’angoscia dell’esilio, e prima di far tornare alla vita il povero Lazzaro, Dio non ha voluto manifestare la necessità del peccato come colore di fondo per mettere in risalto la sua bontà. Al contrario, in una storia tutta segnata e condizionata dalla tenebra del peccato, il mistero della sua bontà incondizionata risplende ovunque, ma brilla addirittura sullo sfondo del nostro peccato.

Solo l’amore
Giunto di fronte alla tomba di Lazzaro, Gesù scoppia «in pianto» (Gv 11,35), perché «amava» (Gv 11,36) l’amico sprofondato nel sonno della morte. Questa esplosione emotiva, che Gesù vive proprio nel regno della morte per antonomasia – la tomba –, illumina tutta la prima parte del vangelo, soprattutto quel misterioso ritardo con cui egli si è messo in cammino verso Lazzaro. Rivela, infatti, che Dio, anche quando agisce con tempi e modi assai diversi dalle nostre aspettative, lo fa unicamente per poterci comunicare la vita eterna non solo come eliminazione, ma come ripristino di quei vincoli spezzati violentemente dal peccato: «Lazzaro, vieni fuori!» (Gv 11,43). Lazzaro non risorge, ma è –letteralmente – chiamato di nuovo alla vita, proprio nel luogo dove la vita è – letteralmente – smentita, il sepolcro. Giovanni non si sofferma a descrivere il miracolo, per non depistare il lettore del suo vangelo dalla vera posta in gioco contenuta in questo episodio: il potere di Gesù di dare la sua vita per ogni uomo. La restituzione alla vita di Lazzaro non è dunque una prova della risurrezione di Cristo – peraltro non ancora avvenuta – ma l’ultimo segno per credere che Dio ha mandato il suo Figlio perché noi potessimo avere vita in abbondanza, vita eterna. Tutto ciò orienta il cammino quaresimale verso una comprensione del mistero di risurrezione non solo come un destino assai desiderabile, ma piuttosto come la condivisione di una relazione d’amore che Dio non ha voluto trattenere per sé, ma offrire a tutti come spazio ed esperienza di vita: «E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi» (Rm 8,11).

dal Sussidio Quaresima 2017- CEI


GESU' RIDONA LA VISTA AL CIECO NATO

Domenico Theotokopulos, detto El Greco -La guarigione del cieco nato - 1573, Galleria Nazionale - Parma.

+Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 9, 1.6-9.13-17.34-38

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: "Va' a lavarti nella piscina di Sìloe", che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: "Non è lui quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?". Alcuni dicevano: "È lui"; altri dicevano: "No, ma è uno che gli assomiglia". Ed egli diceva: "Sono io!". Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: "Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo". Allora alcuni dei farisei dicevano: "Quest'uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato". Altri invece dicevano: "Come può un peccatore compiere segni di questo genere?". E c'era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: "Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?". Egli rispose: "È un profeta!". Gli replicarono: "Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?". E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: "Tu, credi nel Figlio dell'uomo?". Egli rispose: "E chi è, Signore, perché io creda in lui?". Gli disse Gesù: "Lo hai visto: è colui che parla con te". Ed egli disse: "Credo, Signore!". E si prostrò dinanzi a lui.


Concerto di Musica Sacra


E' TEMPO DI QUARESIMA

Ivan Nikolajevic Kramskoij (1837-1887), La tentazione di Gesù Cristo nel deserto, Galleria Tretjakov (Mosca).

Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato (Mt 4,1)

Gesù ha appena ricevuto il battesimo da Giovanni e lo Spirito ha preso possesso di Lui. Quello Spirito lo conduce ora nel deserto, che è il luogo dell’essenziale, è il tempo in cui Dio ha dimorato continuamente presso il suo popolo, l’ha condotto e l’ha provato. Anche Gesù sperimenta la prova: è tentato dal potere, dal successo, dal desiderio di usare per il proprio vantaggio doti avute per il servizio degli altri, di sganciarsi dalla propria missione. Egli però resta fedele alla volontà divina, non accetta la
provocazione del tentatore. Dio è più grande del pane, del successo, del dominio terreno. Dio non va tentato, ma accolto e amato. La salvezza dell’uomo sta nel riconoscere che tutto quello che è e possiede è dono dell’amore di un Padre di bontà e misericordia. Così possiamo fare anche noi quando ci lasciamo guidare dallo Spirito Santo.


POMERIGGIO DELLA DIVINA MISERICORDIA

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Mercoledì delle ceneri

Gl 2,12-18 Laceratevi il cuore e non le vesti.
Sal 50 Perdonaci, Signore: abbiamo peccato.
2Cor 5,20-6,2 Riconciliatevi con Dio. Ecco ora il momento favorevole.
Canto al Vangelo (Sal 94,8ab) Oggi non indurite il vostro cuore, ma ascoltate la voce del Signore.
Mt 6,1-6.16-18 Il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.


Ritornare
Il libro di Gioele si apre con la descrizione di terribili flagelli che colpiscono la terra di Giuda, e si conclude con l’annuncio di un futuro in terra paradisiaca. Questo rovesciamento di prospettiva segna la teologia di quest’opera profetica: prima di condurre alla salvezza, l’azione divina ha bisogno di sconvolgere il mondo. In Gioele si individuano così le primizie di un tema che avrà un grande successo nella letteratura apocalittica: quello del dramma escatologico della fine dei tempi. Per questo motivo la prima parte della lettura che introduce il tempo di Quaresima è tutto un invito a diventare consapevoli del bisogno di salvezza attraverso una serie di azioni che ne esprimano l’urgenza e l’importanza. Puntando l’attenzione alla trappola del formalismo religioso, la voce profetica propone di iniziare il processo di conversione dalla lacerazione del cuore, anziché da quella delle vesti. Non si tratta di un invito all’autolesionismo, ma di un appello a riconoscere che le ferite e le fratture interiori meritano di essere portate alla luce senza paura, perché il Signore «è misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male» (Gl 2,13). Del resto, la prospettiva di ogni autentica conversione non è mai il tentativo di modificare il pensiero o l’agire di Dio – e in un certo senso nemmeno il proprio – ma di poter fare ritorno alla sua presenza e alla sua alleanza. Ogni autentico cambiamento della vita e delle sue istanze morali non può che essere la conseguenza di un ritorno meditato e abbracciato nella fede.
Chissà?
La speranza che la conversione non debba essere uno sforzo o una nostra iniziativa per meritare il favore divino, ma un percorso orientato a scoprire il desiderio che Dio ha di incontrare ancora la nostra umanità, si traduce, nel cuore del profeta, in un intrigante invito rivolto al popolo: «Chi sa che non cambi e si ravveda e lasci dietro a sé una benedizione?» (Gl 2,14). La forma dell’auspicio, più sobria e prudente di qualunque affermazione, non toglie nulla alla speranza del possibile ritorno, mentre lo colloca sul piano della relazione, nel gioco di libertà di cui il dono dell’alleanza con Dio si nutre. Il profeta sottolinea anche come il ritorno a Dio non possa e non debba essere affrontato come un cammino individuale. Bisogna proclamare un digiuno solenne e convocare un’assemblea sacra perché ogni allontanamento da Dio non avviene mai a causa del singolo, ma è il frutto di una trama di comunione che si logora e si frantuma: «Radunate il popolo, indite un’assemblea olenne, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti; esca lo sposo dalla sua camera e la sposa dal suo talamo» (Gl 2,16). La violazione dell’intimità del talamo, con cui si conclude il richiamo profetico, vuole essere presagio di una possibile intimità da recuperare con Dio. Infatti, il libro di Gioele articola il motivo del giudizio di Sion con quello della sua salvezza e il rovesciamento di prospettiva si opera proprio in 2,18, dove finalmente vengono affermati lo zelo e la pietà di YHWH per il suo popolo: «Il Signore si mostra geloso per la sua terra e si muove a compassione del suo popolo» (2,18).
Praticare
Le indicazioni di Gesù nel vangelo di Matteo portano a compimento le visioni profetiche di Gioele, evitando di definire il cammino della conversione come un intenso sforzo da compiere per eliminare — o almeno ridurre — il male o l’imperfezione ancora presenti nella nostra vita. Anzi, presentando ai suoi discepoli quelli che la tradizione rabbinica ha definito «i tre pilastri del mondo» (la preghiera, l’elemosina e le opere di misericordia), appena prima di «insegnare» loro la preghiera del Padre nostro, Gesù afferma che un certo modo di migliorare il volto della nostra umanità può essere addirittura rischioso se è compiuto per inseguire lo sguardo degli altri, anziché cercare il volto del Padre: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli?» (Mt 6,1). Tuttavia il suggerimento del
Maestro è molto preciso. Ciò che si mette in discussione non è la prassi, ma l’esercizio di una giustizia «propria» che rende del tutto inutile quella giustificazione che Dio vuole concedere ai suoi figli come perdono e misericordia. Tutte le raccomandazioni a restare fedeli ai «tre pilastri» della tradizione di Israele sono volte, infatti, a educare un modo di compiere atti religiosi facendo attenzione che il fine non sia quello di «essere lodati», «essere visti» dagli altri e dalla gente. La posta in gioco, secondo
l’insegnamento di Gesù, è altissima e coincide con la stessa rivelazione della sua alleanza nuova ed eterna: «…e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,18). Istruendo i discepoli circa i modi della vita spirituale, Gesù consegna già il fine ultimo dell’esperienza evangelica, che è l’accesso a una relazione filiale con Dio, dove le cose non si fanno più né come sforzo, né per uno scopo, ma unicamente come figli amati e redenti.
Riconciliare
Ascoltando la voce di Paolo, scopriamo infine che la conversione a cui il tempo di Quaresima vuole orientare il cammino dei credenti si sviluppa a partire da una disponibilità a lasciarsi «riconciliare con Dio» (2Cor 5,20) per ricominciare a tessere, con lui e in lui, il filo prezioso della nostra umanità. Le motivazioni per intraprendere questo santo viaggio sono tutt’altro che scontate o insufficienti. Le proclama l’apostolo Paolo, mostrando quanto amore precede e accompagna i passi di ogni autentico ritorno all’amore di Dio: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio» (2Cor 5,21). Il peccato di cui parla l’apostolo viene presentato nella riflessione non solo come una realtà che Dio è disposto ad accettare o a scusare, ma addirittura come qualcosa con cui è disposto a immedesimarsi fino in fondo. L’espressione «in nome di Cristo», in stato enfatico iniziale, può indicare «favore» o «sostituzione». Nel primo caso gli apostoli dovrebbero operare a vantaggio di Cristo in quanto suoi ambasciatori; nel secondo caso, invece, svolgono addirittura una funzione vicaria, svolgendo «al suo posto» il ministero di riconciliazione. Le due prospettive sono entrambe possibili, dal momento che è tipico di un ambasciatore sia fare le veci che operare con l’autorità del mandante. Questa consapevolezza, di essere la voce che «aiuta» e «incarna» il volto paterno di Dio, disposto ad accogliere il ritorno di tutti i suoi figli, accompagna la Chiesa nel tempo della Quaresima, ponendo in fondo al suo cuore materno quell’urgenza di riconciliazione che palpita nel cuore dello stesso Dio: «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2Cor 6,2).

Dal Sussidio Quaresima 2017 - CEI


Amate i vostri nemici (Mt 5,44)

Giotto, Ultima cena, particolare Cappella degli Scrovegni (Padova).

Il grande comandamento dell’amore si precisa già nell’Antico Testamento come norma fondamentale del vivere civile, oltre che come criterio di autentico rapporto con Dio. Gesù ne approfondisce i contenuti e rende universale la sua estensione, mettendo in rilievo come il solo amore costituisce una risposta efficace al male. Per Gesù non basta un’osservanza puramente esteriore della legge, ma vede nell’amore la sintesi della legge. Ne amplia l’estensione non limitandolo ai connazionali come faceva l’Antico Testamento; l’amore per l’altro non può escludere nessuno, neppure i propri nemici.
Gesù propone l’amore al nemico: in questo modo i discepoli di Gesù saranno simili al Padre celeste, che diffonde i suoi doni su buoni e cattivi, su giusti e ingiusti. Questo comandamento non è un precetto fra gli altri, ma il centro e il vertice di tutti i comandamenti. L’agire misericordioso di Dio è un dono gratuito, come sono gratuite la luce del sole che brilla ogni giorno e la pioggia che feconda i campi.
Gesù ci suggerisce anche tre indicazioni per concretizzare questo amore: pregare per i nemici che perseguitano; non limitarsi ad amare coloro che ci amano; non salutare soltanto i propri fratelli. Proviamo in questa settimana fare nostro questo invito di Gesù: la meta che Lui ci propone non è quella di eseguire un ordine, quanto di seguire e di imitare il Padre.


Fu detto agli antichi... ma io vi dico... (Mt 5,21)

L’eterno problema del rapporto tra libertà e legge sta al centro dell’odierno messaggio della Parola ascoltata. L’uomo è libero, ha la possibilità di scegliere il bene o il male, di cui quindi è responsabile.
D’altra parte norme precise di ordine morale regolano la sua vita, norme che il Cristo ha reso ancora più esigenti. Giustamente Gesù dice, a quanti pensavano di vedere nel suo comportamento e nel suo insegnamento un rifiuto della legge, che non è venuto ad abolirla, ma a portarla a compimento, cioè a chiarirne e ad approfondirne ancora di più le esigenze. Egli chiede una giustizia maggiore, un’etica più esigente, che non si limita ad un comportamento esteriore, ma si estende a tutte le componenti, anche interiori, dell’agire umano: dal rapporto tra gli uomini, al rapporto con Dio, all’agire personale e al linguaggio stesso. In questa settimana cerchiamo di avere attenzione a ciò che ci muove ad agire. Guardiamo alle intenzioni. Proviamo a mettere davanti ad ogni azione un “per Te, Gesù”. Fare le cose per Lui ci aiuta a purificare il movente dell’agire. E ci aiuta a ripartire sempre di nuovo per mirare ad essere “perfetti come è perfetto il Padre che è nei cieli”.


Voi siete il sale della terra... e la luce del mondo (Mt 5,13.14)

Con le due immagini, che oggi ascoltiamo nel vangelo, del sale e della luce, Gesù vuole sottolineare la necessità e l’insostituibilità del vangelo, del gruppo dei dodici, della comunità cristiana. Se questa fallisce o non realizza la sua missione, non può essere sostituita da nessuno, non serve più a nulla, al pari del sale scipito e della luce nascosta.
È il gruppo dei discepoli, la comunità cristiana ad essere sale della terra e luce del mondo. Certamente non per se stessa, ma perché “possiede” Gesù, vera luce del mondo, autentico pane di vita, unica e insostituibile realtà. Nella misura in cui Gesù è presente nella vita della comunità cristiana, nell’agire dei credenti, costoro diventano fermento vitale del mondo, verità che illumina e salva. L’essere sale e luce viene visto in rapporto e in funzione delle opere
buone, cioè dell’agire concreto del credente, il cui operare deve essere positivo, valido, limpido per tutti. Così anche ogni mia opera buona rende visibile la presenza salvifica del Signore e glorifica il “Padre che è nei cieli”. Chiediamoci in questa settimana, almeno qualche volta, quale frutto buono sta portando in me il seguire Gesù?


Beati i miti, perché avranno in eredità la terra (Mt 5,5)

Beato Angelico, Discorso della Montagna, 1438-1440, Museo Nazionale di S. Marco, Firenze.

La parola di Dio che ascoltiamo in questa domenica parla del progetto
di Dio sull’umanità: rifondare il suo popolo partendo dai piccoli e dagli
umili e formare un popolo di beati, il popolo delle beatitudini. Le beatitudini raccontano il cuore di Dio e la sua disponibilità nei confronti dell’uomo, soprattutto quando vive situazioni di fragilità, di povertà, di debolezza, di sofferenza. Le beatitudini allora sono la porta aperta sul Mistero di Dio: attraverso di esse il Regno è svelato ai piccoli e a loro è donato come causa e fonte di felicità.
Oggi ci fermiamo su una delle otto beatitudini: beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Poiché in genere si dà per scontato che siano i violenti a dominare il mondo; la violenza è stata identificata con il potere e la mansuetudine con la debolezza. Il vangelo insegna proprio il contrario. La vera forza non sta nel sopruso, nella violenza, nella distruzione, ma si trova in quelli che cooperano con l’azione creatrice di Dio. L’odio moltiplica odio, la violenza moltiplica violenza, la durezza moltiplica durezza, in una spirale di distruzione sempre crescente. Cerchiamo in questa settimana di essere persone dal cuore mite... e ci ritroveremo in buona compagnia: con papa San Giovanni XXIII, papa Albino Luciani, papa Francesco...


Convertitevi, il regno dei cieli è vicino (Mt 4,17)

Vocazione dei figli di Zebedeo, Marco Basalti, 1510, Gallerie dell'Accademia, Venezia

In Gesù è sorta la luce che spezza le tenebre e la morte; Egli è Colui che ridà la gioia della conoscenza, della salute e della libertà. Dio interviene e salva là specialmente dove l'uomo sembra essere senza prospettive, senza alcuna possibilità di successo. Gesù è Colui che libera moralmente e fisicamente, perché rinnova l'uomo, lo mette in grado di individuare e di percorrere la strada che lo realizza. Di fronte a questo dono che cosa noi possiamo fare? Convertitevi, cambiate mentalità, fate vostra la mentalità di Gesù e cambiate modo di agire, siate figli della luce, lasciatevi prima illuminare per poter poi illuminare. Come fa la luna. Ogni dono di Dio è un carisma dato non per un privilegio personale, ma per una condivisione che arricchisca tutti, perché la luce non è fine a se stessa, ma serve ad illuminare l'ambiente e a rallegrare la vita. Cerchiamo in questa settimana, di essere il riflesso della luce di Gesù. Quando guardi il sole (Dio), il tuo volto è illuminato: è questa la conversione!

UNA SCOPERTA INASPETTATA

Tornare a casa scoprendo le fede in Cristo. Per lui, ventiquattrenne tarantino, questa è stata la prima Giornata Mondiale della Gioventù ma soprattutto il primo passo di un percorso spirituale. Gianluca Imperio non era credente. Dio l'ha scoperto passando attraverso il mondo del volontariato. Dalla carità a Cristo e non viceversa. "Sono partito senza sapere a cosa andassi incontro, senza conoscere nessuno del gruppo della diocesi di Taranto. Ero anche tra i più anziani in realtà, ma ho stretto subito amicizia con tutti. La proposta di partecipare mi è arrivata da don Francesco Mitidieri, che ha ascoltato i tanti interrogativi di senso che mi potevo negli ultimi mesi. Qualche tempo - aggiunge Gianluca - fa lavoravo in una cooperativa sociale che si occupa di minori a rischio e si trova nello stesso quartiere in cui c'è una struttura di accoglienza per migranti. Per caso ho conosciuto dei ragazzi che vivevano lì ed è nata un'amicizia. Andavo a trovarli tutti i giorni nella loro casa, gestita da un sacerdote. Si trattava proprio di don Francesco e con lui, a distanza di poco, ho anche iniziato a svolgere una missione notturna in stazione, dando una mano con i senzatetto". Dalle opere alla preghiera. La Gmg Gianluca l'ha vissuta calandosi completamente nel silenzio dello spirito. "Ho scoperto le vite dei santi e dei beati di questi luoghi. Tra tutti gli esempi mi ha colpito quello del beato don Popieluszko, che ha combattuto per la libertà della Polonia dal regime comunista ed è stato ucciso per questo. Mi ha entusiasmato la semplicità e la forza della fede di quest'uomo. Mi porto dietro il suo insegnamento. Da adesso viene il bello. Sarà un percorso in salita ma sono entusiasta".

(da Avvenire, 28.09.2016 - di Marina Luzzi)


Il vescovo Claudio scrive alle comunità cristiane della Chiesa di Padova dopo i noti fatti di cronaca

In questi giorni il vescovo Claudio è impegnato nella visita alle missioni diocesane in Ecuador e Brasile dove operano da tantissimo tempo preti e laici fidei donum al servizio dei più poveri; sta seguendo con attenzione tutte le vicende e scrive alla comunità diocesana.

Sento il bisogno di farmi presente in questo momento di sofferenza della nostra Diocesi, sofferenza per me, per i preti, i diaconi, le persone consacrate, ma anche per tutte le nostre comunità. Immagino quanto siano provate, confuse, scandalizzate da vicende collegabili con la nostra Chiesa. Non è la prima volta che viene messa a prova la fede di tanti di noi.Anche a me stesso ricordo che ogni Cristiano, ogni credente resta un uomo, che ogni giorno deve rinnovare, proprio per la sua fragilità di creatura, la sua alleanza con il Signore e la sua comunione con lui e con la comunità. Il male esiste anche nelle chiese come nei singoli credenti. Spero che queste esperienze non facciano ritenere inutile il nostro impegno per il bene, per la purezza, per l'onestà e per tutte le altre virtù umane che noi cristiani riteniamo necessarie per raccontare la nostra fede. Non cambiamo la strada indicata dal Vangelo e insieme continuiamo a lottare per il bene, nonostante tutto! Anzi, sento ancora più urgente e necessario crescere nella Fede proprio a causa di queste “pesanti situazioni”, sento ancora più forte la chiamata a costruire la mia vita su Gesù e il suo Vangelo come su una roccia, l’unica sicura e so che sempre più tenacemente devo aggrapparmi a Lui, anche quando i miei compagni, quelli su cui contavo, tradiscono l’impegno preso insieme. Ne abbiamo attraversate altre di situazioni gravi e ogni volta sappiamo che dobbiamo tornare all’origine della nostra fede per trovare forza. Sappiamo anche che Dio sarà sempre fedele.Adesso sono nella circostanza di dover cercare forza spirituale non solo per me stesso, ma anche per i miei fratelli nel presbiterato e nel diaconato e so che con loro siamo chiamati a sostenere voi carissimi fratelli e sorelle, voi che giustamente vi aspettate sostegno e aiuto dal nostro servizio. Altro non possiamo fare che inginocchiarci insieme e invocare aiuto e misericordia dal Signore. Sempre di più. Sapendo che nessuno è arrivato alla meta e che vive nel continuo pericolo di passare da santificatore a tentatore, da servo del bene a servo del male.Vi ho raggiunto per chiedere una preghiera più intensa per la nostra Chiesa, per i suoi preti e diaconi, per le nostre famiglie, e anche per me: che il Signore ci soccorra e ci doni la sua pace. Mi hanno fatto bene in queste settimane le preghiere, la vicinanza e la solidarietà di tanti fratelli e sorelle, soprattutto di tanti amici preti e vescovi. Mentre i nostri giornali si gloriano di aver bucato lo schermo a livello internazionale, io mi vergogno – non solo come uomo di Chiesa – perché abbiamo guadagnato solamente la commiserazione di molti, l’ironia e la beffa di molti altri. Non tutti stanno capendo che è una ferita dolorosa per la nostra Chiesa e per la nostra società padovana. Questi fatti gettano un’ombra tenebrosa soprattutto sulla nostra Chiesa: forse è per questo che mi vergogno e vorrei chiedere io stesso perdono per quelli che, nostri amici, hanno attentato alla credibilità del nostro predicare. In questo campo anche se penalmente non ci fosse rilevanza, canonicamente, cioè secondo le regole che come Chiesa ci siamo dati, siamo in dovere di prendere provvedimenti disciplinari perché non possiamo accettare fraintendimenti. Ma non dobbiamo dimenticare che la nostra Chiesa splende per storie e persone sante, sia nel passato sia nel presente. Non merita di essere ridotta solo a tutti gli errori e peccati commessi nella sua recente storia, come se si trattasse di una storia di malefatte, ne è giusto presentarla così ai nostri giovani, ai nostri ospiti, alle nostre famiglie. Io sono arrivato da poco qui ma di fronte alla mia Chiesa patavina so di dovermi togliere i calzari... perché è terra santa! Questo male, che fa tanto rumore, non mi impedisce di ricordare e di vedere i tanti preti e diaconi che hanno sacrificato la vita nella coerenza, con umiltà e fedeltà, il bene che tanti uomini e donne stanno vivendo nella discrezione e fuori dai riflettori, a Padova, in Italia, all’estero... la nostra è terra santa! In essa vive il Signore! Chiedo rispetto, in questo momento di dolore, per il bene che ha compiuto, per l’amore manifesto per ammalati, anziani, portatori di handicap, poveri... per le opere di giustizia, di carità, di cultura ed educative per le quali si è sempre spesa, come oggi. Anche noi, Chiesa di Padova, vogliamo onestà e coerenza, soprattutto al nostro interno. A questo educhiamo ed è questo che crediamo e che cerchiamo con tutte le nostre forze, da sempre. Sia benedetto quindi anche chi ci aiuta a togliere il male anche quando si infiltra così prepotentemente tra noi.

+ Claudio Cipolla
vescovo di Padova

(tratto da Difesa del Popolo)


Un agnello inerme, ma più forte di ogni Erode

San Giovanni Battista, Antonio Balestra, 1701, Verona - Chiesa di S. Nicolò.

II domenica del Tempo Ordinario, a cura di Ermes Ronchi

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell'acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell'acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Giovanni vedendo Gesù venirgli incontro, dice: Ecco l'agnello di Dio. Un'immagine inattesa di Dio, una rivoluzione totale: non più il Dio che chiede sacrifici, ma Colui che sacrifica se stesso.
E sarà così per tutto il Vangelo: ed ecco un agnello invece di un leone; una chioccia (Lc 13,31-34) invece di un'aquila; un bambino come modello del Regno; una piccola gemma di fico, un pizzico di lievito, i due spiccioli di una vedova. Il Dio che a Natale non solo si è fatto come noi, ma piccolo tra noi.
Ecco l'agnello, che ha ancora bisogno della madre e si affida al pastore; ecco un Dio che non si impone, si propone, che non può, non vuole far paura a nessuno.
Eppure toglie il peccato del mondo. Il peccato, al singolare, non i mille gesti sbagliati con cui continuamente laceriamo il tessuto del mondo, ne sfilacciamo la bellezza. Ma il peccato profondo, la radice malata che inquina tutto. In una parola: il disamore. Che è indifferenza, violenza, menzogna, chiusure, fratture, vite spente... Gesù viene come il guaritore del disamore. E lo fa non con minacce e castighi, non da una posizione di forza con ingiunzioni e comandi, ma con quella che Francesco chiama «la rivoluzione della tenerezza». Una sfida a viso aperto alla violenza e alla sua logica.
Agnello che toglie il peccato: con il verbo al tempo presente; non al futuro, come una speranza; non al passato, come un evento finito e concluso, ma adesso: ecco colui che continuamente, instancabilmente, ineluttabilmente toglie via, se solo lo accogli in te, tutte le ombre che invecchiano il cuore e fanno soffrire te e gli altri.
La salvezza è dilatazione della vita, il peccato è, all'opposto, atrofia del vivere, rimpicciolimento dell'esistenza. E non c'è più posto per nessuno nel cuore, né per i fratelli né per Dio, non per i poveri, non per i sogni di cieli nuovi e terra nuova.
Come guarigione, Gesù racconterà la parabola del Buon Samaritano, concludendola con parole di luce: fai questo e avrai la vita. Vuoi vivere davvero, una vita più vera e bella? Produci amore. Immettilo nel mondo, fallo scorrere... E diventerai anche tu guaritore della vita. Lo diventerai seguendo l'agnello (Ap 14,4). Seguirlo vuol dire amare ciò che lui amava, desiderare ciò che lui desiderava, rifiutare ciò che lui rifiutava, e toccare quelli che lui toccava, e come lui li toccava, con la sua delicatezza, concretezza, amorevolezza. Essere solari e fiduciosi nella vita, negli uomini e in Dio. Perché la strada dell'agnello è la strada della felicità.
Ecco vi mando come agnelli... vi mando a togliere, con mitezza, il male: braccia aperte donate da Dio al mondo, braccia di un Dio agnello, inerme eppure più forte di ogni Erode.

...fonte Avvenire.it


BATTESIMO DI GESU'

Battesimo di Gesù, Andrea Verrocchio - Leonardo Da Vinci, 1475 ca., Galleria degli Uffizi, Firenze.

Al servizio di Dio

L’attesa del servo nel contesto dell’esilio
La profezia di Isaia parla di un misterioso e indeterminato “servo del Signore”. Sappiamo che l’orizzonte temporale è quello dell’esilio: il popolo in terra straniera sta sperimentando l’amarezza del fallimento, dovuta all’allontanamento da Dio. I suoi capi sono corresponsabili della catastrofe, perché si sono rivelati incapaci di guidarlo verso il bene.
L’elaborazione profetica della figura del “servo” nasce dunque da una dura esperienza. Riflettendo sul passato diventa possibile ricostruire tutta la catena di inganni che ha portato alla rovina: si è dato ascolto ai falsi profeti, che predicavano sicurezza, pace garantita da Dio, vittoria sui nemici, progresso inarrestabile. Il re e i capi si sono avvalsi della propaganda di seminatori di menzogna, incapaci di annunciare la vera Parola di Dio e portatori di discorsi consolatori, godibili, utili solo a solleticare le vanità e i sentimenti più grossolani del popolo.
Solo dopo la catastrofe l’inganno diventa manifesto, sono smascherati i falsificatori e si comincia a immaginare nella fede un futuro differente. Il popolo si pensa come “servo di Dio”, con una vocazione speciale, che potrà essere confermata e rinnovata. Anche nei confronti dei capi si nutrono aspettative più adeguate: non dovranno essere come quelli “degli altri popoli” (1Sam 8), ma appunto “servi di Dio”.

L’azione silenziosa ma reale
L’annuncio profetico delinea quindi un modo diverso rispetto al passato di mettersi al servizio di Dio e del popolo. Il vero “servo del Signore” non agisce in maniera chiassosa ed eclatante, non fa discorsi roboanti, non parte dai desideri di potenza e di grandezza. Comincia dal risanamento dei cuori infranti, la sua azione è rispettosa e delicata (“non spezzerà una canna incrinata”, Is 42,3), non spegnerà il lume della speranza. Un popolo vanitoso e orgoglioso si rende conto, attraverso la voce del profeta, di essere “uno stoppino dalla fiamma smorta” (Is 42,3), che non ha bisogno di azioni grandiose, ma di una trasformazione che potrà essere operata solamente dalla misericordia, dalla tenerezza, da una cura discreta e invisibile, fuori dai riflettori.

Il popolo come servo
Da secoli gli esegeti si interrogano sull’identità del “servo”: è un personaggio storico, una figura poetica del futuro, o riguarda tutto il popolo? La lettura complessiva di tutto il contesto mostra chiaramente che tutto Israele è chiamato “servo di Dio”, ed è invitato a realizzare pienamente la sua vocazione. In esso deve avvenire quella trasformazione per cui i “ciechi” tornano a vedere, i “prigionieri” escono dalla loro reclusione, l’insegnamento di Dio viene portato fino ai confini della terra.

Il Figlio in cui Dio si compiace
L’attesa suscitata dalla parola profetica trova la sua realizzazione in Gesù, secondo una prospettiva inedita e sorprendente. Le parole del Padre al termine del Battesimo suggeriscono il compimento delle antiche promesse; e tuttavia Gesù è chiamato “figlio”, oltrepassando l’antica nozione di “servo”. Al servizio di Israele è mandato il Figlio stesso, in cui Dio “ha posto il suo compiacimento”. L’espressione è tipica dell’Antico Testamento: comporta una scelta, una missione, un incarico di responsabilità; più che l’aspetto funzionale però si sottolinea la piena fiducia e la sintonia profonda. Dio “ha posto il suo compiacimento” in Gesù, ed egli manifesta al mondo la misericordia stessa di Dio.

Gli inizi della missione
Il Battista esprime stupore per l’accesso di Gesù al suo battesimo; Gesù chiede di “lasciar fare”: ciò che sta accadendo corrisponde alla “giustizia”, anzi all’adempimento di “ogni giustizia”. Nel Vangelo di Matteo la “giustizia” è un termine-chiave, che ricorre anche con valore decisivo nelle Beatitudini (Mt 5,6.10): indica la volontà di Dio, ciò che a lui è gradito, per la quale si può essere “affamati” e “assetati”, per la quale si può anche accettare di essere “perseguitati”. Essa sfugge alle semplificazioni umane, esige di uscire dagli schemi rigidi del pensiero mondano. Anche nel momento del Battesimo la ricerca della “giustizia” conduce a un fatto inaspettato: Gesù scende nelle acque insieme ai peccatori, si fa in tutto loro fratello, manifestando proprio nel suo abbassarsi la condiscendenza di Dio, la sua tenerezza verso la fragilità del popolo, la sua volontà di farlo risalire e risorgere.

Ripartire dalla giustizia
Il movimento inaugurato da Gesù continua oggi. Noi, membra del suo corpo, siamo chiamati a conformarci al suo agire. Essere al servizio di Cristo, Servo e Figlio, significa adeguarci al suo modo di fare. Nel Battesimo vediamo che Gesù si immerge profondamente nel destino dell’umanità, pronto a condividerlo fino in fondo: questa è la “giustizia”, per la quale è gradito al Padre. Il Battesimo però è anche un punto di accesso del tutto speciale: richiama la conversione, il rapporto con Dio, la liberazione dal peccato, l’attesa escatologica. Gesù non accede alla storia di Israele sotto il versante politico, né sotto il versante militare, né sotto il versante trionfalistico del Tempio. Il Giordano è il punto di accesso alla Terra Promessa: lì dove è morto Mosè, lì dove era partito Giosuè, Gesù può ricominciare, mettendosi idealmente alla testa del popolo dei poveri di Dio. Partire dalla giustizia significa dunque partire dalla realtà dei fatti, dal punto di vista dei poveri, immergendosi nella concreta esperienza umana.

Ricominciare dalla realtà
Partire dalla giustizia significa anche rinunciare a grandi discorsi ad effetto, con valore solo propagandistico, così come rinunciare a gesti eclatanti, destinati a restare pure dichiarazioni di intenti. Dalla ripartenza di Gesù è escluso ogni aspetto trionfalistico ed esibizionistico. La realtà in cui Gesù vive è la realtà come appare agli occhi del Padre, che bruciano come paglia ogni apparenza, ogni rivestimento falsificante. Perciò la realtà in cui siamo chiamati a vivere è la realtà delle persone nella concretezza della loro esistenza, nell’unicità della loro identità, nei tempi lunghi che occorrono per instaurare relazioni, per maturare decisioni buone, per convertirsi pienamente alla volontà del Padre. La realtà in cui siamo chiamati a vivere è la realtà dei veri poveri: che non sono un’immagine pietistica da far vedere in televisione, né uno slogan buono per accaparrare offerte via sms. Come Gesù, anche noi credenti incontriamo i poveri faccia a faccia, nella faticosa realtà dell’esistenza, in cui la propaganda svanisce e la fragilità grida aiuto. Nessuna finzione pubblicitaria può compensare il reale impegno a favore dei fratelli e delle sorelle, secondo la carità di Cristo.

Dalla finzione pubblicitaria all’assunzione di responsabilità
Sgombriamo il campo dai pregiudizi: non abbiamo nulla contro i creatori di immagine, contro chi si adopera, con indubbio senso artistico e genialità, per far risaltare la bellezza, la qualità, l’efficacia di un prodotto. Comprendiamo bene anche come un simile processo non possa limitarsi al puro e semplice piazzamento dell’oggetto di acquisto: la pubblicità inevitabilmente tende a proporre e incoraggiare uno stile di vita; al di là degli oggetti stanno sempre dei valori.
Tuttavia rileviamo che spesso si fa un uso scorretto di strategie di tipo comunicativo e pubblicitario, anche al di fuori dell’ambito commerciale e di intrattenimento che è loro proprio, arrivando a confondere i livelli dell’esistenza. Dovremmo chiederci per esempio se l’azione politica può diventare soltanto un problema di campagna pubblicitaria, per l’uno o l’altro candidato, per l’uno o l’altro provvedimento. Oppure se il delicatissimo impegno per la giustizia venga davvero servito da una esasperata montatura giornalistica dei casi giudiziari. Se vale di più dichiarare di aver fatto, o dichiarare l’intenzione di fare, rispetto all’agire effettivo, si crea un’enorme distorsione. Non possiamo stupirci se i giovani sono più preoccupati di apparire sui social network, piuttosto che di crescere e maturare come persone vere.

L’ora della testimonianza
Gesù invita i suoi discepoli ad essere e fare, prima ancora che apparire. Egli stesso percorre ostinatamente questa strada, fino alla croce, che è l’equivalente dell’annientamento della sua immagine, ma arrivando alla risurrezione. Anche per noi, se perseguiamo la sua stessa giustizia nel nascondimento, verrà inevitabilmente l’ora della manifestazione e della testimonianza. La Chiesa nata dall’ascolto della Parola, trasfigurata dalla celebrazione liturgica, non sarà tanto preoccupata della propria immagine, ma di custodire e realizzare effettivamente il dono ricevuto

(tratto da www.chiesacattolica.it ).


EPIFANIA DEL SIGNORE

Andrea Mantegna, Adorazione dei Magi, 1497-1500, Getty Museum Los Angeles.


Tre prodigi celebriamo in questo giorno santo:
oggi la stella ha guidato i magi al presepio,
oggi l’acqua è cambiata in vino alle nozze,
oggi Cristo è battezzato da Giovanni nel Giordano
per la nostra salvezza, alleluia
(Antifona al Magnificat, Secondi Vespri, Epifania del Signore)


L’Epifania celebra la manifestazione del Figlio di Dio a tutti i popoli e la chiamata universale alla salvezza in Cristo. Nei testi della celebrazione eucaristica l’oggetto principale è l’adorazione dei Magi; la liturgia delle Ore fa memoria delle altre manifestazioni del Signore (Nozze di Cana, Battesimo).
Ritroviamo, come nella liturgia del Natale del Signore, il tema della luce: «Oggi, in Cristo luce del mondo tu hai rivelato ai popoli il mistero di salvezza», preghiamo nel Prefazio dell’Epifania; «I Magi vanno a Betlem e la stella li guida: nella luce amica cercan la vera luce», nell’Inno dei Primi Vespri; «La tua luce, o Dio, ci accompagni sempre e in ogni luogo», nell’orazione Dopo la comunione. È Cristo la luce del mondo, in lui Dio rivela il suo volto all’umanità.

Annuncio del giorno di Pasqua
L’Epifania è la prima delle manifestazioni del Signore; la Pasqua è la realizzazione piena dell’epifania di Dio. Proprio per aiutare i fedeli «a scoprire il collegamento tra l’Epifania e la Pasqua e l’orientamento di tutte le feste verso la massima solennità cristiana» (Direttorio su Pietà popolare e liturgia, n. 118) è stata offerta nuovamente la possibilità di dare l’annunzio del giorno della Pasqua e delle principali feste dell’anno nella celebrazione eucaristica dell’Epifania (Messale Romano, pag. 1047 oppure, per la versione in canto, pagg. 1106-1107).

Nella solennità dell’Epifania si celebra la Giornata dell’Infanzia missionaria; a questa è opportuno dedicare almeno un’intenzione.

(tratto da www.chiesacattolica.it )


TOMBOLONE DELLA BEFANA

Giovedi 5 gennaio dalle ore 19:30 in palestra a Montegaldella ci sarà il TOMBOLONE DELLA BEFANA. Il ricavato sarà donato alla Scuola Materna.


CPGE

Carissimi Parrocchiani, siamo ormai prossimi al Natale e come consuetudine il Consiglio per la Gestione Economica (CPGE) ha il piacere di darVi un aggiornamento sulle attività svolte nel 2016 e sullo stato avanzamento dei
lavori in corso.

Scaricate la lettera informativa con gli auguri del parroco. Buon Natale e buone feste a tutti voi e alle vostre famiglie!



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